Il drammatico ricordo di quei giorninella memoria di un protagonista



"Varda, ve giò la Fregonera… brut segn!". E in effetti aveva ragione mio nonno qundo mi raccontava che quel piccolo ruscello era davvero di malaugurio, un ruscello costantemente in secca ma che in quei giorni era stracolmo di acqua, riempito dalle piogge incessanti da giorni e giorni, talmente tanta che quasi ci si era abituati; dopo la frana della Rossiga la tensione era molto alta, le voci dicevano che quella era la "pelle" della frana…. ma il resto?

Venerdì 29 Novembre
I primi "piccoli" smottamenti si fanno sentire sopra via Spadola, dal canaletto l’acqua scende rossa e densa, riempiendo le griglie di sassi, borbotta producendo suoni profondi di rotolamento; nel primo pomeriggio tutto a un tratto il canale di scolo si riempe ed esonda, il fango si riversa sul bordo della strada entrando nei giardini e nei box, dalla finestra vedo quella lingua rossa, terrorizzato faccio le scale praticamente a rotoli, la corsa fino al garage, le mani tremano – le chiavi non entrano, dov’è il badile? Chiudi il cancello, la macchina, no ormai è tardi, il fango ha riempito il box e non solo il mio… vado sul bordo della strada ed insieme ad un amico apro un tombino facendo defluire tutta l’acqua lì. Solo un minuto dopo mi rendo conto dell’affollamento e della quantità di gente presente, "non so se è stata una buona idea ma ha funzionato" pensano tutti insieme a me, dopo circa un’ora la gente si tranqullizza e l’allarme rientra.
Le ruspe riassestarono il canale riportando tutti alla normalità, se così si può dire, i lavori per il consolidamento continuano fino a tarda sera e quella notte in tanti hanno davvero dormito con un occhio aperto.

Sabato 30 Novembre
Dopo l’evacuazione per ragioni di sicurezza dal mio posto di lavoro torno a casa con l’impressione di essere in un film, di quelli americani catastrofici. Non basta di certo un pizzicotto per svegliarmi da questi giorni di semincoscenza, la gente è in allarme la tensione si sente nell’aria, tutti parlano increduli di ciò che sta succedendo – molto spesso dando giudizi propri – ma nonostante tutto tra noi ragazzi la giornata scorre con una tranquillità surreale…
Verso le cinque del pomeriggio una coltellata nello stomaco: un ordine di evacuazione per ragioni di sicurezza.
Grazie all’ospitalità di un amico non vado molto lontano, i miei nonni sono da una zia vicina ma l’idea che mio nonno e molti altri devono abbandonare la loro casa in cui vivono da sempre mi riempe gli occhi di tristezza. Dopo un birra con amici al vicino pub per scacciare il magone torniamo a Bindo.

Dell’ultima sera che vidi Bindo ho ricordi confusi: lo stridore dei cingoli delle ruspe che praticamente scappavano copriva una canzone dei Nirvana, dal finestrino appannato della Punto blu vedevo le fotoelettriche che illuminavano proprio sopra casa mia, il furgoncino che portava via le forme di formaggio, la pioggia… ancora! Le persone in piazza che parlano, fumano nervose, hanno gli occhi lucidi e parole rassicuranti sempre meno convincenti.
Verso l’una mi addormento incurante di ciò che succede fuori, un sonno che ha risparmiato a tanti l’agonia di sentire il rumore della frana che cancellò case, strade, pomeriggi al circolino o su "quel" muretto, le mega sfide al pallone al pascolo, l’Ape giallo carico di sorrisi, il tavolone di pietra così duro che qualche bernoccolo non ce l’ha mai risparmiato, tanti altri piccoli particolari che saltano alla memoria di chi ha avuto il privilegio di viverli.
Nel buio della notte una luce mi acceca nel divano letto: "E’ vegnu giò la frana, la vosa cà l’è amò in pè ma quile òltre….". Quella frase pronunciata in un dialetto spezzato dall’emozione è rimasta  stampata fuori dalla porta dei miei incubi per anni, dopo quella notte.
I ricordi tornano confusi: scendi dal letto, giacca, la corsa incoscente verso casa, con le lacrime agli occhi, il sentierino che taglia in due il paese, dopo la piazza un fumo denso nasconde ogni cosa, passato il circolo i battiti aumentano, il cancelletto verde il muro giallo che mi rassicurano e poi il buio… l’agghiacciante vista di quel muro rosso di terra… non mi rendevo conto di nulla, forse il mio cervello non voleva immagazzinare quei terribili istanti tornati nella mia mente a poco a poco con il passare degli anni, pesanti come macigni nella mia memoria. Come se niente fosse sono andato in garage, ho preso il motorino, una signora piangeva sorretta da due uomini, uno dei due è mio nonno – uno sguardo d’intesa basta, avvio il motorino e per l’ultima volta esco dal cancello e mi dirigo in piazza, confuso ma ancora distante dall’accaduto. Giunto alla fontana alzo gli occhi e vedo un bellissimo cielo stellato appannato ora solo dai miei occhi lucidi.

 

 
 




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