LA LENTE DELL’ESPERTO: “C’È CHI VUOLE L’INSEGNAMENTO FATTO SOLO A SCUOLA”

LECCO – Quarta puntata de La lente di Ricciardelli, la nuova rubrica settimanale firmata da Valerio Ricciardelli, studioso ed esperto di istruzione tecnica e politiche formative. Ogni settimana il nostro columnist usa la sua lente per leggere dati e scenari, dalla riforma del 4+2 al PNRR, dal rischio di “manutenzione dell’esistente” alla fuga di competenze dei nostri diplomati migliori. La rubrica racconta come l’istruzione tecnica possa tornare leva strategica per l’economia e non semplice percorso “di serie B”. Ma non solo.

È un vecchio pregiudizio contro i percorsi di alternanza scuola-lavoro, oggi ridenominati “alternanza formazione lavoro”, difficile da smantellare, di origine ideologica.

Tempo fa, due parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra, a seguito di un incidente occorso a una studentessa durante un PCTO (gli odierni percorsi di alternanza formazione lavoro), avevano posto una interrogazione al Governo chiedendo  se non fosse giunto il momento di adottare iniziative di carattere normativo volte alla soppressione dell’obbligo dei PCTO, lasciando alle scuole l’autonomia della programmazione di questi percorsi didattici e tornando a dare centralità ad attività di tipo laboratoriale da svolgersi prevalentemente dentro l’ambiente scolastico.

Scrissi per l’occasione un parere, premettendo che la proposta dei due parlamentari appartiene alla cultura politica dove in assenza di una precisa visione di quello che dovrebbe essere la scuola – perché di questo si tratta – si ricorre alla solita scorciatoia: “con l’acqua sporca si butta anche il bambino”.

Nelle mie argomentazioni mi riferivo all’incapacità dei due parlamentari di distinguere la funzione formativa e i contenuti del PCTO, anche laddove fossero necessarie misure correttive o integrative, dagli aspetti normativi della loro realizzabilità, che devono obbligatoriamente prevenire e garantire le condizioni di totale sicurezza senza rischio di incidenti. Due cose ben diverse.

Aggiunsi: “È ovvio, che incidenti gravi o meno gravi che siano, per nessuna ragione devono succedere. Se si verificano vuol dire che c’è una grave inadempienza, con dolo o negligenza di chi deve occuparsi delle norme di sicurezza. Per cui, se la scuola sottoscrive convenzioni per attività di PCTO con realtà organizzative dove non ci sono tutti i requisiti di sicurezza, è palese che ci sono delle responsabilità che non sono eludibili, ma devono stare nella fattispecie dell’obbligo delle normative da osservare e prescindono dalla bontà o meno dei contenuti del PCTO. Quindi, le misure da prendere in caso di incidenti, riguardano il controllo severo delle applicazioni delle misure di sicurezza e non la soppressione dei PCTO”.

Risulta, quindi, evidente che sul tema dell’alternanza formazione lavoro c’è molta confusione.

Innanzitutto, il nostro modello scolastico non è learning oriented, come dovrebbe invece essere- ossia costruito sulle diverse modalità di apprendimento degli allievi- ma prevalentemente ancora teaching oriented, ossia costruito sull’insegnamento delle discipline, che è ben altra cosa, ed è una delle ragioni principali delle sue non buone prestazioni, che collocano il nostro sistema scolastico agli ultimi posti delle classifiche OCSE.

La nostra scuola, infatti, è prevalentemente “centrata” sull’insegnamento, spesso inteso solo come mera erogazione di contenuti disciplinari, anziché essere student center, che significa “centrata” sullo studente e sulle sue diverse modalità di apprendimento che avvengono anche in contesti differenti dagli ambienti scolastici.

È infatti usuale e da lungo tempo, a partire dai sistemi scolastici di eccellenza, l’applicazione del modello della dual education, una strategia di apprendimento importante, soprattutto nell’istruzione tecnica e professionale, che poi si realizza nella sua operatività con diversi “modelli duali”, per esempio quello tedesco, il più diffuso, nato più di sessant’anni fa.

Osservo, per inciso, che i “modelli duali”, concettualmente non sono esportabili; ogni paese deve costruirsi il suo, adattandolo al proprio sistema economico e sociale e soprattutto alla cultura della responsabilità sociale delle proprie imprese.

Il concetto della dual education prevede che l’apprendimento dei discenti avvenga in almeno due ambienti diversi. Il primo è la scuola, il cui compito però non è solo quello di trasmettere i saperi teorici, il secondo è quello esterno ad essa, intendendo nella maggior parte dei casi, ma non esclusivamente, i luoghi del lavoro e quindi le imprese manifatturiere e dei servizi.

In questi due ambiti, le “grammatiche” per applicare la dual education prevedono sia l’apprendimento teorico che quello pratico, ovviamente realizzati con contenuti, posologie e modalità diverse, e questa importante indicazione contraddice tutte quelle semplificazioni, errate ma ricorrenti negli operatori scolastici, secondo cui la teoria delle discipline si studia  solo a scuola, mentre la pratica si apprende unicamente nei luoghi di lavoro. Non è così.

Le modalità esecutive, ossia la progettazione e la costruzione del conseguente modello di dual education, nei diversi percorsi di alternanza richiede però una elevata competenza progettuale in coloro che se ne dovrebbero occupare (purtroppo spesso  mancante, fatte salve le solite eccezioni) e una profonda conoscenza dei territori in cui andrebbero costruite le diverse “learning esperienziali” per gli allievi, ossia i percorsi di alternanza, che dovrebbero essere  un “abito” formativo confezionato su misura per ogni singolo discente e non, come spesso accade, trattati come mero adempimento burocratico da ritenersi assolto con la semplice collocazione del discente presso un azienda e la compilazione dei fogli presenza.

Va detto, purtroppo, che Il Paese è configurato a macchia di leopardo a riguardo della distribuzione del mondo del lavoro e delle dimensioni delle aziende, con evidenti difficoltà in non poche aree geografiche di organizzare la parte operativa della dual education.

Laddove non ci fossero queste disponibilità occorre ricorrere a soluzioni alternative, che consentano di realizzare la learning esperienziale al di fuori della scuola in un ambiente, questa volta terzo e diverso dalle aziende.

È un argomento che ho approfondito nel mio libro, nel capitolo Integrazione scuola-lavoro, l’ambiente terzo di apprendimento.

Circa l’approccio con il quale gli studenti devono affrontare queste learning esperienziali, occorre una preliminare e approfondita progettualità da parte degli operatori scolastici e sostenuta da un adeguato orientamento (tutte competenze che molto spesso difettano nel mondo della scuola).

Gli obiettivi principali dei discenti sono: comprendere cos’è una azienda, a quale settore economico appartiene, come funziona, e raccogliere quelle informazioni di base che sono necessarie per leggere e interpretare gli ambienti di lavoro.

Occorre però, preliminarmente, far loro apprendere l’utilizzo di una “grammatica sistemica” per la lettura, rappresentazione, interpretazione e modellizzazione di un sistema economico, sociale e ambientale, che ogni studente dovrebbe conoscere bene. Per tale ragione, quest’ultimo argomento potrebbe essere addirittura una disciplina aggiuntiva di insegnamento, complementare e integrativa dell’insegnamento della materia diritto ed economia. È infatti necessario che i frequentati i percorsi di alternanza formazione lavoro apprendano come si “legge” l’azienda, quali sono i prodotti o i servizi che offre, in quali mercati opera, con quali competitori e modelli di business e per soddisfare quali bisogni. Nello stesso tempo, occorre conoscere quali sono le principali professioni e in quali posizioni organizzative sono collocate, e infine quali sono le problematiche principali che garantiscono la sostenibilità dell’impresa nel breve e nel lungo termine.

L’occasione dei percorsi di alternanza formazione lavoro deve offrire anche la possibilità di comprendere e familiarizzare i concetti economici e finanziari che stanno alla base dell’economia. È la ragione per cui, una buona progettazione dei percorsi di alternanza formazione lavoro dovrebbe essere fatta con una visione sistemica molto trasversale e quindi con il coinvolgimento dei docenti di più discipline, tra i quali dovrebbe avere un ruolo fondamentale l’insegnante di diritto ed economia, anche per gli indirizzi scolastici industriali.

 

Valerio Ricciardelli

Perito elettronico e ingegnere elettronico, è Maestro del Lavoro ed esperto di istruzione tecnica e formazione professionale.
Ha maturato una lunga esperienza manageriale in un grande gruppo dell’automazione industriale, occupandosi di formazione avanzata per tecnici e Industrial Management. Autore del saggio “Ricostruire l’istruzione tecnica”, è oggi una delle voci più autorevoli sul rilancio del sistema tecnico come leva per competitività, occupazione e welfare. Collabora con media e istituzioni proponendo riforme strutturali dell’istruzione tecnica e denunciando il crescente mismatch tra scuola, economia reale e fabbisogno di tecnici specializzati.