SAGRA, ULTIMA FRONTIERA. DAL DIARIO DEL DIRETTORE – GIORNO TRE



8 agosto. La Sagra non è più la stessa. Me lo ha detto un espositore, uno di quelli che le hanno vissute tutte e che la sta vivendo ancora. Gli do ragione. La Sagra non è più la stessa.

Mi guardo intorno e cerco di intravvedere qualcosa rimasto uguale negli anni, esercizio difficile, compito in classe da svolgere su mille fogli protocollo e forse neppure basterebbero. È il tempo che scorre, veloce o lento a seconda delle circostanze e di come lo percepiamo; e nuove generazioni crescono, come è sempre stato e come sempre sarà. In fondo, nemmeno noi siamo gli stessi di trenta, quaranta, cinquanta anni fa, e non possiamo pretendere che, essendo cambiati noi, non sia mutato anche quello che ci costruiamo attorno. A me piace, però e nonostante le apparenze, pensare che il legame con la storia non sia naufragato del tutto e se sono qui a scrivere questo diario probabilmente è merito di una zattera che mi ha consentito di raggiungere una riva da dove posso ancora sentire un’eco proveniente da lontano.

Per cui sì, la Sagra è cambiata, ma anche noi mica scherziamo.

L'immagine può contenere: una o più personePrendi l’Ivan che è venuto ieri a trovarci. Cinquant’anni fa sulla sua carta di identità alla voce “segni particolari” avrebbero scritto “nessuno”. Oggi dovrebbe andare in giro con una enciclopedia del tatuaggio in continuo aggiornamento oppure, tanto per restare in tema di cambiamenti, con una chiavetta USB contenente una sua foto così come mamma l’aveva fatto (dubito che a Parlasco i bambini nascessero già tatuati) in modo tale da consentire un confronto e determinarne l’identità. A proposito, sapete che hanno trovato tatuaggi terapeutici in Asia Centrale sulla mummia di una principessa vissuta intorno al 500 avanti Cristo? L’hanno recuperata intatta grazie al permafrost (da non confondersi con il permaflex sul quale si dorme ma poi, a Dio piacendo, ci si risveglia anche).

Ecco, per restare sempre uguali l’unica soluzione potrebbe essere una bella glaciazione di quelle toste: così potremmo essere ritrovati tra mille anni e catalogati da qualche paleontologo secondo la scienza di quell’epoca lontana.

Mi piacerebbe essere presente quando troveranno l’Ivan e cercheranno di decifrarne i numerosi messaggi presenti sul suo corpo.

Dei tanti, sono convinto che almeno uno li aiuterà a capire come vivevano quegli esseri così ben conservati. Insieme alla placca che nel frattempo avranno trovato su un Voyager con scritto (testo di Jimmy Carter) “Questo è un regalo di un piccolo e distante pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, ma potremmo farlo nei vostri” sulla loro credenza gli scienziati ne metteranno una con quattro parole (testo di Ivan Pensa): “Meglio così che peggio”.

Proprio vero. La Sagra non sarà più la stessa, ma il rock’n’roll sì.

R. B.


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