IL DOMENICALE DI R.B./LA SAGRA IN PARADISO



Ho ricevuto le benedizioni.
Ogni giorno sulla Terra è un’altra possibilità di fare la cosa giusta.
Lasciate che questa mia piccola luce risplenda
e vi mostri la strada nella notte.

(God is God – I’ll Never Get Out of This World Alive
Steve Earle – 2011)

 

—–

Non ho voglia di scrivere.

È venerdì sera ed ho avuto una giornata di quelle toste.

Eppure qualcosa devo metter giù, in fondo è l’ultimo domenicale del 2017 e vorrei anche farvi gli auguri.

Solo gli auguri, niente di più.

Invece.

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D’improvviso la storia cambia. Non fa sconti la vita, non ne ha mai fatti a nessuno.

Non è prevista una stagione di saldi, figurarsi quattro tutte intere.

Al massimo, se gli sei simpatico o per qualche altra ragione ignota al di qua dei bastioni di Orione, ti consente di aggirarti tra le contrade del pianeta per un tempo più lungo del previsto, perché nel calcolo delle probabilità ci sta chi se ne va presto e chi si attarda sui sentieri dell’esistenza.

Così è, vi piaccia oppure no, è un problema nostro e quel che ci resta da fare dobbiamo cercare di farlo bene.

“Ogni giorno sulla terra è un’altra possibilità di fare la cosa giusta”.

E lui questo undicesimo comandamento lo conosceva davvero bene.

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Risultati immagini per Oro SaiwaSapete di cosa volevo parlarvi oggi prima di augurare a tutti di essere in pace con voi stessi a Natale e, per quanto possibile, fare in modo di esserlo per tutto il nuovo anno?

Volevo spiegarvi perché mangio gli Oro Saiwa. Sì, proprio quei biscotti che profumano perché, c’è scritto sulla confezione, sono “impacchettati caldi” e quindi freschi.

Una apparente contraddizione di cui nessuno ovviamente ha la riprova ma, in fondo, chissenefrega: la pubblicità ci imbalona su altro che come un pacchetto di gallette secche, per cui cambiamo riga e torniamo agli auguri.

Cioè ai biscotti.

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mostra todeschini introbio (2)Da giovane, la nonna Lina (la quale, se può interessare, festeggiava l’onomastico il giorno di Santa Apollonia da Alessandria d’Egitto, patrona dei dentisti e degli odontotecnici) serviva la famiglia Todeschini nella sua Villa di Cortenova.

E continuò a farlo, sia pure a titolo di amicizia (e forse un po’ di compassione), anche quando nella vecchia dimora (pressoché invisibile per come era immersa in un groviglio di alberi e circondata da pini secolari) rimase solo “ol Scioor Lucio”, figlio di Giovanni Battista, fratello di Piero, e poi più niente perché marello era e marello rimase.

Leggenda vuole che “ol Scioor Lucio” mangiasse spesso dal Gnocchi e, vedendo la quantità di suoi dipinti esposti nelle sale nonché i soggetti in essi raffigurati, non è difficile capire due cose: primo, non era una leggenda; secondo, con che moneta pagava il Gnochett per i succulenti piatti offerti; qualche volta però, anziché arrivare sino in piazza, ol Scioor Lucio si fermava in Brigolda ospite della nonna Lina e del nonno Santi.

Visti i suoi quadri presenti nella mia casa natale, credo che il rapporto di cambio tra polente e pennellate fosse sufficientemente equilibrato. Certo, la qualità del Gnochett era tutt’altra cosa (da Masterchef si direbbe oggi), ma anche in Brigolda ci si difendeva bene quanto ad arte culinaria, per cui ritengo che le posate del Scioor Lucio non avessero mai avuto occasione per lamentarsi.

mostra todeschini villa migliavacca (3)Uno dei momenti delle lunghe giornate estive che attendevo con più interesse era quando la nonna mi portava alla Villa; lo andava a trovare per portargli qualcosa da mangiare e vedere come se la cavasse, lui che nei miei ricordi d’infanzia era la rappresentazione in formato umano di Ebenezer Scrooge.

Sto navigando senza radar nella memoria per cui, me ne rendo conto essendo passati cinquanta e passa anni, la stessa potrebbe anche farmi degli scherzi; però, provate a pensarci, è vero o no che quel che avete visto da piccoli ve lo portate dietro per una vita?

Soprattutto se si trattava di una cucina somigliante ad una caverna buia nella quale facevi fatica a distinguere tavoli e sedie, mentre vedevi benissimo le ragnatele scendere indisturbate da soffitto.

Qualche volta mi è capitato che venisse aperta una porta che dava in una specie di corridoio poco o per niente illuminato. Sento ancora la polvere e mi sembra di scivolare a fianco di cornici appoggiate ai muri: cornici o quadri non so dirlo, la visione è offuscata ed imbrigliata dai filamenti sottili tessuti da un ragno invisibile.

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Ma poi veniva la parte migliore.

Ol Scioor Lucio, prima di andar via, offriva i biscotti, sempre quelli.

Non so se glieli portava la nonna dopo averli comprati dal Paolo prestineer, ma ne imparai subito la marca.

Oro Saiwa.

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Non avevo voglia di scrivere.

CORBETTA INAUGURA SAGRAEro appena uscito da una stanza piena di luce, dove in ogni angolo avevo trovato qualcosa che mi legava all’uomo che ero andato a trovare, uno di quelli che si era attardato sui sentieri dell’esistenza ed aveva regalato a tutti quanti lo conoscevano il suo entusiasmo e la sua vitalità.

Mi avrebbe detto di non fare necrologi, per cui ho tirato fuori la storia dei biscotti, dol Scioor Lucio, così, tanto per star su allegri e fare un po’ di colore, come piaceva a lui, ideatore del Carnevalone e di cento altre invenzioni che hanno fatto divertire il piccolo mondo di Lecco e paraggi.

E mentre guardavo il suo volto sereno ho pensato ad una luce che continua a risplendere per aiutarci ad affrontare ogni angolo buio che la vita ci dona.

Lui, invece, con il pragmatismo che lo ha sempre contraddistinto, starà già organizzando in una location fantastica assieme al Tomaso Pigazzi, al Giulio Selva, al Mario Bonacina, al Nis, all’Herbert, al Pelenco, al Tullio e allo Zanni Alberto, indovinate un po’ che cosa?

Auguri a tutti.

E buone domeniche.




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