STORIA E STORIE IN VALSASSINA: IL MISTERO DEL TESCHIO TRAPANATO DI BALISIO



Nel 2002 il sottoscritto per il Provveditorato di Lecco e il bravissimo Mauro Rossetto per i Musei Civici lecchesi organizzammo a Lecco un convegno molto interessante sulla tematica degli alpeggi. L’argomento naturalmente riguardava moltissimo la Valsassina (oltre che la vicina Valtellina) e tra le tante relazioni quella che più mi colpì fu quella dell’allora Direttore del Museo Civico di Como Lanfredo Castelletti.

Teschi da un ritrovamento di una antica necropoli a Milano, scoperta a Giugno 2018 in zona San Vittore

Questi, qualche anno prima, all’inizio degli anni ’90, aveva organizzato una ampia ricognizione archeologica nella Valle di Biandino, ed aveva ritrovato un teschio di circa 10.000 anni fa, che insieme a quello ritrovato presso la Gola di Balisio di epoca contemporanea dimostrava che la Valsassina era tra i più antichi territori abitati della provincia di Lecco (anzi, il più antico).

Due cose molto interessanti disse Castelletti in quella occasione: la prima era che la valle di Biandino una volta era piena di boschi, anche sulla sponda sinistra per chi provenga da Introbio. Oggi ci appare brulla e spoglia perché gli alberi che c’erano sono stati bruciati probabilmente per far funzionare degli altiforni, dove cuocere il materiale estratto nelle miniere : si cominciò a estrarre ferro già, soprattutto intorno al Lago di Sasso, in epoca romana, e poi più intensivamente nell’età moderna tra il XVI e il XVIII secolo.

Per portare a valle meno peso, il materiale ferroso estratto veniva “sgrossato” in loco in rudimentali altiforni, che naturalmente esigevano molta legna (Castelletti trovò tracce di fuochi molto antichi).

La seconda era ancora più interessante: riguardava il teschio trovato a Balisio (nell’immagine accanto, clicca per ingrandire) che presentava un largo foro sulla testa, oggi conservato presso Palazzo Belgioioso sede del Museo di Scienze Naturali di Lecco.

La trapanatura sulla sommità del teschio era voluta, non casuale, né determinata da qualche ferita o frattura violenta. Lo dimostrava un accenno di ricostruzione ossea, che nel caso della vittima presupponeva la sopravvivenza per ancora qualche giorno o settimana.

Per anni mi sono scervellato a pensare come si potesse spiegare questo fatto: in un racconto che avevo pubblicato all’epoca ipotizzavo si trattasse di una strega, dal cui cervello cui si volevano far uscire i “fumi” malefici!

Un articolo invece pubblicato nel 2016 dal National Geographic dà invece una spiegazione scientifica al fenomeno della “trapanatura del cranio”, che era utilizzata come ricetta medica non solo in Valsassina e nel Centro Europa, ma addirittura nel Sud America e particolarmente in Perù, paese in cui sono stati trovati molti teschi risalenti a circa duemila anni fa con un foro in alto, studiati dal professor John Verano dell’Università di Tulane.

By Rama, CC BY-SA 3.0 fr, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=58036467

La pratica a quanto sembra era molto diffusa: “Già migliaia di anni fa i chirurghi trapanavano i crani dei pazienti dall’antica Europa al Pacifico meridionale; in Africa orientale la tecnica è stata praticata fino agli anni Novanta del secolo scorso. Il suo periodo d’oro fu però tra il XIV e il XVI secolo in Perù, durante l’Impero Inca, almeno a giudicare dal numero di crani trapanati ritrovati nella regione e dall’alto tasso di sopravvivenza dei pazienti, dimostrato dai segni di guarigione nelle ossa”.

La spiegazione di questa “procedura” medica a dir poco originale si trova nel fatto che le armi usate in guerra erano principalmente fionde e mazze, che causavano fratture alla testa: cercando di ripulire le parti ossee danneggiate, pulendo il cuoio capelluto della testa che aveva subito il colpo e recuperando dalla ferita i pezzi rotti di osso, che avrebbero causato la morte del paziente, i “chirurghi” dell’epoca hanno scoperto che trapanando il cranio questa operazione era più efficace e poteva salvare delle vite.

Naturalmente il tutto senza anestesia: il poveretto sopravviveva a volte alcuni giorni, a volte settimane o persino mesi e anni. In Perù vi era un alto tasso di sopravvivenza (dal 40 al 70%), in Europa un po’ meno, anche perché non si disinfettavano gli strumenti, cioè i coltelli, atti al taglio.

Probabilmente il tutto condito con erbe mediche e “magiche”.
Miracoli e misteri della Medicina di una volta!

Enrico Baroncelli

 

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