DON GABRIELE COMMENTA IL VANGELO DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO



La domanda di Giovanni Battista, da cui parte il Vangelo di questa domenica, esprime bene l’attesa del Messia.  Nelle vicende a volte drammatiche vissute dal popolo ebreo, la promessa di Dio annunciata dai profeti aveva tenuta viva la loro speranza per secoli. Gli ebrei più sinceramente religiosi vivevano in questa attesa, ed è così che Giovanni Battista manda a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?”.

La condizione di prigionia con il percolo della vita in cui si trova il Battista ci fa comprendere l’essenzialità della sua domanda: in una condizione così non c’è spazio per attese superficiali o banali.

Anche la risposta di Gesù non è vagamente consolatoria e va in profondità; egli risponde ricordando i suoi miracoli: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, i morti risorgono.

Soffermiamoci sulle due parole conclusive.

Anzitutto Gesù dice: “Ai poveri è annunciato il Vangelo”.

Certamente Gesù proclama a tutti il suo Vangelo, ma non è in grado di accoglierlo chi vive nella superficialità e nelle banalità della vita.

Lo possono accogliere i poveri delle beatitudini dei quali è il regno dei cieli, o chi, come Zaccheo, è stanco e insoddisfatto della sua vita, anche se agiata, e cerca altro più in alto, o una povera donna come la Maddalena, usata da tutti, ma che trova in Gesù parole e gesti di rispetto per la sua persona e di speranza, o la schiera dei piccoli e dei semplici per i quali Gesù gioisce perché hanno compreso la bellezza del Regno.

Davvero il Vangelo è per tutti, a condizione di accettare di scendere e di abitare nelle diverse povertà della nostra vita: solo lì possiamo trovare la gioia del Vangelo.

Infine Gesù conclude dicendo: “E beato chi non si scandalizzerà di me”, cioè che non proverà delusione per la mia persona: aspettavi un salvatore del mondo, o tu, Giovanni, uno che ti liberasse dalla prigione, e invece ti ritrovi davanti un vinto, umiliato e crocifisso.

Ancora una volta Gesù ci pone davanti alla sproporzione, se giudicata con i nostri criteri umani, fra il male nel mondo e Lui che viene come Salvatore: non nella potenza, come ci aspetteremmo da Dio, ma nella debolezza.

La potenza di Dio ci spaventerebbe e ci farebbe ubbidienti per la paura che incute; la sua voluta debolezza sconvolge i nostri criteri di giudizio, ma vince la durezza dei nostri cuori: egli ci vuole figli e amici, non servi.

La debolezza nella quale Egli viene e la dignità che ci offre sono lo scandalo del nostro Dio; e chi sa farsi piccolo e umile vive tutto questo con infinita riconoscenza e con la gioia del Vangelo.

Don Gabriele
Vicario parrocchiale

 

 

 

 

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