SOCCORSI IN QUOTA: TENTENNAMENTI E RITARDI, TRAGEDIE SFIORATE. GRIDO DALL’INTERNO: “NON CI STO AD ASPETTARE IL MORTO”



Il soccorso in montagna non è un gioco: se si continua così è inevitabile che presto tardi capiterà una sciagura e non me la sento di aspettare senza fare nulla, che ci sia il morto per mettere un po’ di ordine a delle procedure e a degli atteggiamenti che portano ad aumentare il rischio delle persone che chiedono soccorso e di chi le va a salvare.

Mi chiamo Graziano Plati e da più di trent’anni faccio parte del Soccorso Alpino. L’intervento di venerdì 6 gennaio per recuperare tre persone bloccate sui Cappelli può sembrare un successo per il soccorso in montagna ma per chi conosce le dinamiche i fatti è l’esatto contrario. È uno dei tanti che sono capitati ultimamente, frutto di una cattiva collaborazione e di decisioni sbagliate a diverse livelli.

Nel dettaglio, la chiamata di aiuto fatta dai tre arrivata alla centrale è stata smistata ai Vigili del Fuoco. Non so per quale motivo un intervento con delle persone bloccate a 2000 metri di quota, in inverno, nel tardo pomeriggio, in cima a una montagna, sopra degli sbalzi non indifferenti – tant’è che ci sono volute più di 10 calate per portarle in un terreno relativamente sicuro – venga dato in carico ai Vigili del Fuoco.

Gli stessi dopo un po’ senza partire chiedevano l’aiuto del Soccorso Alpino per risolvere l’intervento. Attivati gli uomini del Soccorso Alpino si veniva nuovamente bloccati perché di nuovo i Vigili del Fuoco dichiaravano che avrebbero recuperato i malcapitati a carico loro con l’uso dell’elicottero. Successivamente comunicavano nuovamente che abortivano la missione perché l’elicottero non partiva e non so per quale motivo le squadre di terra dei Vigili del Fuoco non erano già partite.

Sopra e in copertina, l’intervento notturno ai Campelli

Nel frattempo le condizioni meteo sono peggiorate e la presenza di nebbia non ha permesso il decollo dell’elicottero Areu della centrale, tutto ciò ha comportato un grave ritardo nella partenza delle squadre territoriali che hanno dovuto operare da subito al buio in terreno impervio e senza conoscere l’esatta posizione degli infortunati, cosa che non sarebbe successa se si fosse stati attivati con la prima chiamata attorno alle 16 del pomeriggio, il tempo perso nel rimbalzare le chiamate e nell’attivare un corpo che è preparato per tante emergenze ma non certo per lavorare in queste condizioni, in questi ambienti, poteva trasformare il recupero di tre escursionisti infreddoliti nel recupero di tre salme, e come ho già detto non è la prima volta che questo succede.

La colpa di questi fatti è da dividere tra diversi soggetti. Di certo colpa abbiamo anche noi come Soccorso Alpino perché non siamo stati capaci di farci valere presso gli enti preposti alla gestione dell’emergenza. Alla nascita del 118 la collaborazione tra la centrale e il Soccorso Alpino era proficua in quanto vi era un dialogo costruttivo tra l’operatore e il referente del Soccorso Alpino, tra i quali si svolgeva una valutazione per individuare la migliore strategia per raggiungere le persone bisognose di aiuto.

Cnsas, Vdf e Saf operativi insieme

Il Soccorso Alpino da parte sua metteva le competenze territoriale, la conoscenza dei luoghi, la preparazione tecnica alpinistica e la conoscenza della situazione di quella specifica zona in quello specifico periodo, data dalla continua frequentazione. Questi patrimoni non possono averli altri enti che non frequentano giornalmente e capillarmente le nostre montagne e non è una colpa ma una ovvietà.

Altra nostra colpa è il fatto di aver fermato praticamente da un anno la scuola tecnica, non permettendo così la formazione dei nuovi entrati, le selezioni e i vari corsi per chi volesse entrare. Di questo passo anche i volontari di lungo corso vedranno scadere le qualifiche ottenute e non avendole rinnovate si troveranno a non essere più operativi dal punto di vista normativo. Naturalmente noi continueremo lo stesso a fare interventi come li facevamo prima che nascesse la scuola e prima che venissero codificate in modo così rigoroso e rigido la formazione e il mantenimento dei tecnici ma di certo la qualità del servizio non potrà migliorare.

Cnsas Valsassina-Valvarrone, esercitazione

Le persone ai vertici dei vari enti coinvolti nella gestione dell’emergenza mi dicono siano persone preparate e professionali e per quello che ho potuto constatare personalmente mi sembrano tutte persone valide di buon senso pertanto non capisco perché non si riesca a trovare la soluzione per ottimizzare la gestione delle emergenze, ognuno con le sue competenze e nel suo ambito.

Spero che questo grido di allarme scuota i soggetti interessati e li sproni a trovare al più presto la soluzione prima che ci scappi il morto. Non so di chi sia la competenza, se del Prefetto, del responsabile della centrale operativa o del Soccorso Alpino, ma di certo se dovesse succedere qualcosa di grave non si potrà dire che non lo sapevamo, non eravamo a conoscenza, che è una casualità. Perché i segnali sono chiari ed è una fortuna che non sia ancora capitato qualcosa di irreparabile.

 

 

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