L’OPINIONE: “IL FUTURO DEL TURISMO NON È NEGLI ANNI SESSANTA”



Egregio Direttore, giusto qualche giorno fa, a Lecco, in un incontro al quale non ho purtroppo potuto partecipare, amici della montagna, associazioni ambientaliste e pubblici amministratori si sono confrontati sui possibili sviluppi del turismo nelle Terre alte e questo soprattutto a causa degli evidenti e non più smentibili mutamenti climatici che sono sotto gli occhi di tutti e che inevitabilmente condizioneranno sulla media montagna l’esercizio degli sport invernali e la pratica dello sci da discesa.

Non starò a ripercorrere le fasi di quel dibattito che ha riepilogato le opposte posizioni di chi, sempre e comunque, intende procedere con un modello di crescita anche turistica che non riesce a svincolarsi dalla cosiddetta “visione dei padri” ancorato a un modello ereditato dalle passate generazioni ma che oggi non ha le gambe per camminare anche se, purtroppo, i più diretti interessati non riescono proprio a vedere una valida alternativa e si arroccano in difesa dell’indifendibile.

Mute e silenziose testimonianze di quel mondo affidato ad una memoria che non ritorna sono le arrugginite infrastrutture che ancora “fanno bella mostra di sé” in vari punti del territorio anche fuori dalla Valsassina ma comunque sulle montagne a noi vicine, tra Valcava e l’Alto lago: piccole località che ancora e forse sperano di poter far rivivere questi impianti sciistici, come sempre più spesso accade utilizzando soldi pubblici per riesumarli, ammodernarli o farne di nuovi gravando sulle tasche dei cittadini e perpetrando un nuovo e comodo modello di imprenditorialità senza rischio d’impresa per chi lo propone e ancora vorrebbe vedere il preponderante intervento pubblico in fase di finanziamento e realizzazione di infrastrutture private. La cosa è stata stigmatizzata anche da qualche relatore che ha ricordato come questo “modello imprenditoriale” viva esclusivamente e fiduciosamente sulla residua speranza metereologica e sulla stantia rievocazione di fasti che non valgono più e ormai sono stati affidati all’archivio di una nostalgia che non porta un nuovo sviluppo e tantomeno uno sviluppo sostenibile per le nostre montagne, sempre più spesso aggredite e offese.

Se i Piani di Bobbio sono la più frequentata stazione sciistica in terra lecchese, il discorso è diverso per i Piani di Artavaggio dove la diversa esposizione e conformazione dei versanti consentirebbe di potenziare una scelta turistica alternativa, il cosiddetto turismo “slow”, come il trekking, l’escursionismo a piedi, con ciaspole e zaino in spalla o con mezzi di trasporto a impatto zero ma le voci che si sono levate in difesa delle “status quo” lasciano poche speranze che a livello locale si voglia convintamente invertire la tendenza in atto. Pare si voglia insistere ancora e fino in fondo con la costruzione di una seggiovia con la motivazione, questa si più che lecita, di difendere i posti di lavoro che però si possono tutelare anche facendo scelte diverse con un occhio rivolto al futuro e con lungimiranza e professionalità, come si sta facendo in Alta Valsassina, in un Ambiente meraviglioso che va tutelato e non aggredito con interventi superati e non più difendibili.

È infatti del tutto evidente che mancando le precipitazioni nevose come le conoscevamo e mancando anche l’acqua a causa della persistente siccità non si potrà continuare in eterno allargando i bacini pensati per l’antincendio boschivo o peggio scavandone di nuovi e troppo grandi e finalizzati a quell’innevamento artificiale che, giova ricordarlo, necessita di temperature che gli inverni miti di questi ultimi anni non hanno quasi mai potuto garantire.

In questo contesto, ed è stato ribadito in sala Ticozzi anche da qualche amministratore, non si devono ripetere gli errori del passato legati in modo del tutto evidente ad una scriteriata cementificazione del territorio che, soprattutto sull’Altopiano valsassinese, ha puntato fin dai primi anni 60 soltanto sulla costruzione di condomini che oggi mi dicono essere inesorabilmente vuoti e certamente non servono più alla ricettività turistica del nuovo millennio che ha cambiato pelle e mutato e qualificato le sue esigenze. Altri territori si sono adeguati velocemente e convintamente, altri e nonostante i segnali che ci dà la Natura, ci stanno ancora pensando e viaggiano in direzione ostinata e contraria.

Tuttalpiù, pensando di fare cosa gradita al Turismo di casa nostra, intendono liberalizzare l’accesso dei mezzi motorizzati sui sentieri e sulle mulattiere nei boschi.

Claudio Baruffaldi

 

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