DON STEFANO COMMENTA IL VANGELO DELLA SECONDA DI PASQUA



“Nella sera dello stesso giorno”, inizia così il Vangelo di questa domenica. Si ricorda in questo modo che Gesù era apparso a Maria di Magdala, che lei era corsa subito a raccontarlo ai discepoli e che Pietro e Giovanni si erano precipitati a verificare e avevano trovato la tomba vuota. Era la sera di un giorno che poteva essere splendido per i discepoli. Invece no.

I discepoli sono insieme nel cenacolo. Le porte sbarrate. Per paura dei giudei annota Giovanni. La paura di fare la stessa fine di Gesù. La paura di essere incastrati da qualcosa di strano accaduta al sepolcro che ora era vuoto. L’esperienza di Maria non aveva per niente scalfito la certezza della morte di Gesù custodita nel cuore dei discepoli.

Otto giorni dopo le porte sono ancora chiuse.

Subito mi viene da chiedermi….Dopo tanti secoli e tanta vita, tanti prodigi, tanto amore, come sono le nostre porte? Potrebbe bastare questa domanda per la nostra riflessione.

E Gesù cosa fa? Non bussa con forza, non urla di aprirgli, non abbatte la porta. Semplicemente viene in mezzo a loro, meglio è in mezzo a loro. Silenziosamente. Magari noi non apriamo le nostre porte e invece poi cerchiamo di sfondare quelle degli altri, credendo di fare del bene… piuttosto che entrare in vite e situazioni in punta di piedi, in modo silenzioso e discreto. Nella sua prima lettera Pietro scrive che i discepoli dovrebbero essere sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in loro ma questo deve essere fatto con dolcezza e rispetto.

Chissà se i discepoli si immaginavano un incontro diverso con Gesù. Credo proprio di si. Non c’era solo la paura dei giudei che li bloccava. Forse qualcosa di più profondo. L’avevano abbandonato, tradito, rinnegato. Come stavano con sé stessi? E come stavano tra loro? Cosa si dicevano? Si rimproveravano, si giudicavano? Cosa si potevano aspettare da Gesù se era vero che era risorto? Che parole si aspettavano di udire? Accuse? Rimproveri? No, non c’è nulla in lui che evochi un rimprovero, piuttosto un dono inaudito, esagerato, come suo solito, esagerato nell’amore. Dice “pace a voi”. È commovente la tenerezza di Gesù. Non solo vuole aiutarli a vincere la paura della morte ma vuole donare loro la possibilità di ricordarsi sempre che avere a che fare con Dio è avere a che fare con la misericordia e non con la condanna, perché lui non li aveva condannati. E poi il dono del suo Spirito, dovevano lasciarsi andare alla sua azione, avrebbero compiuto cose bellissime, più grandi di quelle compiute da Gesù stesso. Li avrebbe resi capaci di vivere la sua stessa missione. E offrire lo stesso perdono che avevano appena ricevuto.

Gesù mostra i segni dei chiodi e della trafittura. I segni della risurrezione sono quelli di un amore davvero grande fino al dono di se, un amore incondizionato. E’ una indicazione importante anche per ciò che i discepoli dovranno fare nel mondo. L’aiutare altre persone a giungere alla fede è possibile non attraverso opere portentose, eventi che coinvolgono moltitudini esagerate, straordinari eventi mediatici… ma attraverso i segni dell’amore.

I segni che possiamo offrire al mondo perché le persone possano essere  aiutate ad arrivare a credere sono i gesti di passione per Dio e tutta l’umanità. La chiesa intera deve offrire al mondo segni di passione, di amore esagerato e totalmente gratuito.

Don Stefano Colombo
Casa Paolo VI – Concenedo

 

 

 

 

 

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