“TRANSUMANZA PATRIMONIO DELL’UMANITÀ, NON SAREMO LA GENERAZIONE CHE LA LASCERÀ ESTINGUERE”



La consuetudine della Monticazione va a braccetto con la tradizione della Transumanza, Patrimonio dell’Umanità.

La pratica alpestre è un’usanza che riconduce prepotentemente alle fatiche e alla vita grama dei nostri Avi che, riconoscenti, non abbiamo mai dimenticato: altre donne e uomini seguono il loro esempio e ancora oggi fanno una vita dura lontano dalle comodità moderne alle quali quasi nessuno di noi saprebbe rinunciare per lungo tempo. Lo fanno per professione ma soprattutto per tramandata e vera passione.

Nella ultime settimane abbiamo infatti assistito e anche partecipato con immutati e po’ romantici sentimenti al ripetersi dell’antico rito della Transumanza: dalla Valsassina ma anche dalla Brianza le greggi si sono dirette verso la tradizionale monticazione sui verdi e ampi pascoli della Grigna ma anche in Biandino, a Morterone e sulle pendici del vicino Resegone.

La mattina di buonora di un giorno qualsiasi, invece di essere nervosamente in coda seduti e nelle nostre scatole di latta è capitato di ritrovarci improvvisamente tutti in fila ad osservare un po’ stupiti le migliaia di belanti ovini provenienti dalla piana che, con calma olimpica, brucavano l’erba delle aiuole cittadine e le tenere siepi sporgenti dalle recinzioni dei giardini nelle vie di Lecco: eravamo immersi in un fluttuante mare bianco con molti occhi attenti che di tanto in tanto ci scrutavano senza curarsi eccessivamente di qualche indispettito e isolato gesto di insofferenza, subito mitigato dalle occhiatacce dei più ma soprattutto dalla bucolica e inusuale visione, mentre il tempo scorreva lento come il passo delle pecore verso i monti.

Un momentaneo e provvidenziale cambio di ritmo, questo, che ha giovato alle nostre coronarie dandoci il tempo riflettere sulle origini del nostro benessere che è certamente fondato sul lavoro nelle più recenti ed apprezzate attività artigianali e industriali ma senza mai dimenticare che fino a pochi decenni orsono eravamo un popolo di contadini e di pastori. Per fortuna qualcuno va ancora avanti con questa vita scomoda e spartana dedicandosi alla pratica della pastorizia, i cui prodotti genuini non disdegniamo certo che arrivino puntualmente sulle nostre tavole.

Il pacifico esercito di quadrupedi si è poi avviato a destinazione, seguendo per alcuni chilometri le innaturali strisce di asfalto che anche in Lombardia hanno ricoperto e spesso sostituito i tradizionali sentieri o “tratturi”, imboccando le più recenti strade agrosilvopastorali che si addentrano nei grandi spazi della montagna. Questi nuovi percorsi hanno effettivamente facilitato la vita dei cosiddetti “caricatori di Monte” agevolando il trasporto a valle dei prodotti e la ristrutturazione e l’uso delle vecchie baite abbandonate e cadenti.

Tre anni fa, risalendo dal Lago di Sasso verso il rifugio di Santa Rita ho avuto il piacere di incontrare nel posto giusto le molte e tranquille pecore delle foto che condivido con i lettori: da lontano quei puntini fluttuanti sembravano insoliti fiori mossi dal vento d’agosto.

Anche se l’esistenza di molti di noi per motivi di lavoro o di studio gravita ormai attorno ai grandi agglomerati urbani che si impadroniscono progressivamente di larghe fasce di territorio, appena possiamo sentiamo però l’esigenza di tornare anche solo per qualche ora a sdraiarci nell’erba profumata dei prati in montagna, passeggiando fra gli alberi o sguazzando coi piedi nudi nell’acqua pulita dei ruscelli che scorrono nei boschi, conoscendo più da vicino quei pastori e malgari che ancora oggi vigilano e operano nelle Terre alte.

Avviene spesso con i nostri figli a cui facciamo sperimentare e ripetere queste semplici e gratificanti esperienze dal sapore atavico: i bambini dimostrano infatti di apprezzare la vita all’aria aperta che ricarica le nostre energie facendo girare al meglio il motore di una quotidianità che ha costantemente bisogno di ispirarsi ai ritmi sostenibili ed equilibrati che la Natura sa proporci in ogni stagione.

Coinvolgere le nuove generazioni vuol dire suggerirgli le fondamenta della Tradizione e i canoni dello stare al mondo nel più severo territorio montano così lontano dal loro vissuto cittadino. In montagna si vive di regole semplici ma faticose che vanno interpretate con coerenza e conosciute anche dagli occasionali visitatori se si vogliono salvaguardare i delicati equilibri Ambientali che sono garanzia di Futuro proprio per i più giovani.

Va comunque ricordato che fino alla metà del secolo scorso esisteva anche la plurisecolare e cosiddetta “Transumanza bovina lombarda” che vedeva le mandrie scendere dalle valli prealpine per svernare in pianura Padana: a guidarle i “Bergamini” autentici pilastri della tradizionale attività casearia e antesignani della più moderna zootecnia ma anche dell’apprezzata industria del latte.

Rispettiamo e anzi sosteniamo i pochi cultori rimasti di quella millenaria e nostrana Transumanza delle greggi che in Valsassina e nel lecchese non deve finire: certamente non vorremmo essere ricordati come la generazione che l’ha lasciata malinconicamente estinguere.

Claudio Baruffaldi

 




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