DON GABRIELE COMMENTA IL VANGELO DELLA TERZA DOMENICA DI PASQUA



Può sembrare strano che in tempo di Pasqua, quando si parla di risurrezione e di vita nuova, il Vangelo ci riporti alla presentazione di Gesù fatta da Giovanni Battista con le parole “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Siamo abituati ad ascoltare questo Vangelo come un invito a prepararci alla venuta di Gesù a Natale; oggi lo ascoltiamo come la proclamazione della vitoria di Gesù sul peccato.

Ci nascono però alcune domande:

Ma il peccato è una realtà così rovinosa per l’uomo da poter dire che la salvezza operata da Gesù è salvarci dal peccato?
E come Gesù ci salva dal peccato? Anzitutto dobbiamo ricomprendere la realtà del peccato. Verrebbe da dire che se il peccato sono le banalità che a volte si dicono nella confessione, queste sono nulla di fronte al grande male che c’è nel mondo. Avrebbero rilievo, queste nostre piccolezze, se a desiderare di esserne purificati ci fosse un ardente desiderio di una vita diversa, nuova.

La fiacchezza di questo desiderio è il vero peccato.

È la distanza da Gesù: basti pensare alle sue parole: “Ho un fuoco nel cuore e come vorrei che si accendesse”, “Siate luce che illumina, siate sale che dà sapore”.

Il peccato, in tutte le sue forme, grava sui singoli e su tutta l’umanità come realtà che disgrega, che toglie armonia, speranza, che semina sfiducia, divisione, che non dà pace: “peccato” è la lettura più profonda del male. Tutto questo nei cuori, prima ancora che nel mondo: una realtà così negativa e così pesante da chi potrà essere vinta?

È pesante come la pietra del sepolcro di Gesù che è stata rotolata via perché Gesù è risorto: perdono e pace sono i doni pasquali di Gesù. Si può essere giustamente sbalorditi dalle scoperte e invenzioni scientifiche di cui è capace l’uomo di oggi: eppure esse non giungono al cuore dell’uomo dal quale, come dice Gesù, nascono i pensieri e i sentimenti buoni o cattivi; ed lì, invece, che Gesù vince il peccato.

Ma in che modo Gesù vince il peccato e ci salva?

Anzitutto lo fa a proprio prezzo: con la propria umiliazione, passione e morte: dice san Pietro: “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Perché vuole toccare il cuore, la coscienza, e suscitare desideri di cambiamento e di bontà nuova, gratuita come la sua.

Ricordiamo l’invocazione di San Francesco che chiedeva: “Signore, dove c’è odio che io porti amore”.

Accogliere oggi questa parola del Vangelo: “L’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, vuol dire lasciare crescere in noi il desiderio che il mondo diventi tutto così (è quello che chiediamo dicendo: “venga il tuo Regno”), e, intanto, cominciare ad essere io così, con i sentimenti di Gesù: per il suo perdono e con la sua pace.

Quando nella Messa diciamo le parole: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, noi siamo messi di fronte a questa verità di fede proclamata da Giovanni Battista riguardo a Gesù.

Nel mare dell’indifferenza di oggi, noi crediamo alla forza redentrice di questo Gesù, capace di salvare ogni uomo che con cuore sincero si affida a lui.

Don Gabriele
Vicario parrocchiale

 

 

 

 

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