IL DOMENICALE DI R.B./LA STAGIONE DELL’AGONE VIENE E VA



Qualcuno mi disse molto tempo fa
Che c’è la calma prima della tempesta
Lo so
 Accadrà prima o poi
Quando finirà, diranno così
Pioverà in un giorno di sole
Lo so
Splendendo verso il basso, come acqua
Vorrei sapere, hai mai visto la pioggia?
Vorrei sapere, hai mai visto la pioggia
scendere in una giornata di sole? 

(Have you ever seen the rain
Creedence Clearwater Revival – 1970)

 

Al pioof.

cascata troggiaLa Troggia vomita non so quanti metri cubi d’acqua al secondo, uno spettacolo di onnipotenza, “sono qui, sopra di voi, provate a sfidarmi” sembra voler dire a noi che viviamo sotto il suo fragore.

Seguita a pioof.

Guardo verso Primaluna e non si vede niente, solo una barriera bianca che sembra avanzare come uno tsunami. La vedi bene la grandine che si sparge tra i boschi, sale su per lo Zapel, si infrange contro le rocce della Fasana. Fa paura, non ce n’è per nessuno, è un mostro che spiega le sue cento ali ed avvolge la Valle che se ne sta inerme lì sotto ad aspettare che l’uragano passi sperando di non dover poi contare danni.

El pioof amò.

Stando ai dati di Meteobarzio è già sceso il 60% della pioggia che ci ha bagnato lo scorso anno, e siamo solo a venerdì sera, e siamo solo a metà giugno.

La primavera ci è scivolata via dalle mani come la sabbia del tempo che scorre; niente da fare, non si può comandare: il tempo, in tutte le sue forme, ha una caratteristica universale, uguale per tutti, no sconti, no saldi, no eccezioni.

L’estate bussa al portone dell’emisfero nord e c’è chi già prevede lampi, tuoni e diluvi; insomma fanno del terrorismo allo stato puro per colpire un territorio che ha bisogno che l’azzurro si riappropri del cielo e il sole torni ad essere il padrone della sua stagione.

Non so come andrà a finire, ma ricordo a tutti Flegetonte, Caronte e compagnia bella, tutti simpatici anticicloni che hanno accompagnato molta dell’estate 2015, salvo poi ritirarsi in buon ordine al culmine della festa, visto che ad agosto 2015 (è sempre Meteobarzio a soccorrermi) ci siamo bevuti 230 millimetri d’acqua. E scusate se è poco.

Come avrete capito sto menando il can per l’aia, non che abbia esaurito gli argomenti, ma dopo alcuni domenicali giudicati da qualcuno “austeri”, anche R.B. ha il diritto di concedersi una pausa rilassante, e spera che nessuno ne abbia a male.

MALTEMPO NUOVOLE VALSASSINASe mi metto anch’io a costringervi a pensare scuro con tutte le nuvole nere che continuano a girarci attorno, beh, mi manderei a quel paese e buonanotte. “Tira su il morale alla truppa”, mi sembra di sentirlo il direttore; mica facile, rispondo, se la bicicletta dorme in garage e per uscire a piedi ci vogliono gli stivali e non i tennis.

Come si dice, tempo da tregenda, parola usata da molti; poi, se ne chiedi il significato, solo in pochi te lo sanno spiegare ed io non sono tra quei pochi. Almeno non lo ero, perché adesso so, essendo andato a consultare un bel vocabolario no-tech dopo aver opportunamente provveduto a soffiare via la polvere, che vuol dire almeno due cose.

La prima tregenda è, pensate un po’, un “Convegno notturno di diavoli, spiriti dannati o streghe durante il quale si effettuano, secondo le leggende popolari di origine nordica, danze allucinanti e malefizi”. (Perbacco! Non è una visione premonitoria del Nameless?).

La seconda tregenda, invece è una “Tempesta che si scatena con grande violenza e lampi terrificanti” per cui si dice “che notte da tregenda” e tutti sanno che non avete dormito perché là fuori succedeva di tutto e magari al mattino avete trovato i gerani demoliti.

Messa questa compressa di saggezza nel bicchiere, mi accorgo che non ho ancora parlato dell’argomento con il quale volevo intrattenervi questa settimana.

Premetto che non sono un pescatore e e la pesca non mi ha mai appassionato; le uniche volte che ne parlo è quando il Mario mi sta tagliando i capelli a Prato San Pietro. Allora gli chiedo come stanno andando le gare e lui, tra un colpo di forbice e una rasoiata, è un Pioverna in piena di informazioni e classifiche. Per cui so che i valsassinesi sono bravi e, in alcuni casi, anche bravissimi e prendo al volo l’occasione per fare ai nostri portacolori i miei complimenti. Li faccio anche al Mario perché di solito quando torno a casa mi dicono che, oltre a conoscere tutti i segreti della pesca, taglia anche bene i capelli.
AGONE da libro

Non volevo però parlare di parrucchieri e trote, ma di un simpatico pesce che vive nei nostri laghi alpini e si chiama Alosa fallax lacustris. Ora, se dite a qualcuno che andate a pescare l’alosa fallax lacustris, state sicuri che vi chiederà se vi sentite bene o se avete visto l’ultima puntata di “vita lacuale” su Discovery Channel. Se, invece di tirarvela, chiamate l’alosa fallax lacustris con il suo soprannome, agone, allora sì che tutti capiranno che non state parlando del mostro di Loch Ness.

Bene, l’argenteo cittadino del lago tra maggio e agosto viene a riva a deporre le sue uova e diventa facile preda di un nugolo di Homo Sapiens (soprannome: uomo); siccome però non si avvicina così tanto, gli astuti pescatori dei secoli scorsi hanno inventato delle costruzioni molto artigianali in legno, tutt’ora utilizzate, culminanti con un seggiolino di fortuna, che si inoltrano per una decina di metri nell’acqua.

Su uno di questi “cavalletti”, tanti e tanti anni fa, c’era lo zio Arturo, estimatore inconsapevole dell’alosa fallax lacustris e, soprattutto, appassionato di pesca all’agone.

Gli aveva dato un passaggio fino a Dervio mio papà, ed io ero con loro. Faceva caldo e sopra il Bregagno era parcheggiata solo qualche nuvoletta dall’aria innocente, per cui si preannunciava una serata piacevole: lo zio Arturo in fondo al cavalletto a cavalcioni dell’unico posto a sedere, noi due in riva al lago ad osservare le sue mosse studiate e ristudiate in anni di pratica.

PESCA-AGONE-2016-6Il lago, però, quando vuole essere bastardo lo è sino in fondo. Le nuvolette sul Bregagno, con la rapidità  di una vipera che si dà alla fuga mentre tu canticchi una canzone di Gigi D’Alessio,  si erano trasformate in nuvoloni per nulla rassicuranti; in più si era alzato il vento, anzi, i venti, perché l’aria arrivava da tutte le direzioni.

Nel giro di pochi minuti il cielo si era fatto nero, proprio come quello dell’altro giorno qui da noi, e verso Colico si vedeva anche qualche lampo.

E cominciò a tuonare, non a piovere, ma solo a fare fracasso. Noi due a riva di lago pensavamo che l’uomo là sul treppiede archiviasse l’attrezzatura e tornasse coi piedi per terra.

Invece niente. Incurante del tempo da tregenda, lo zio Arturo continuava a pescare agoni.

Poi, improvvisamente, i due sulla riva capirono di aver trascurato un fatto.

Lo zio Arturo era praticamente e sostanzialmente sordo.

Potevano così tuonare i tuoni e lampeggiare i lampi: l’unica cosa che avrebbe sentito sarebbe stata l’acqua, ma troppo tardi per rifugiarsi in macchina. Sulle prime, tanto per restare in tema, non sapevamo che pesci pigliare, poi iniziammo a gridare e il Claudio si avventurò sul cavalletto. Finalmente lo zio Arturo si voltò come a chiedergli “se voret?”. Era così concentrato con gli agoni che non aveva mai alzato lo sguardo al cielo che per lui era ancora azzurro.

PAGONI STESIartimmo da Dervio che gocciolava; a Bellano pioveva forte; al bivio per Biosio non si vedeva più niente. Ci fermammo sotto la prima galleria (ricordo benissimo che non era ancora asfaltata) ed evitammo una grandinata epocale.

Eravamo in tre, ad aspettare al buio che la tregenda finisse.

Due svegli e infreddoliti, uno, invece, addormentato circondato dal suo silenzio sul sedile posteriore, vicino a numerosi esemplari di alosa fallax lacustris destinati a essere appesi al sole prima di cambiare definitivamente il proprio soprannome in “misultin” e convolare a giuste nozze con la signora (o signorina, non so) polenta.

Buon appetito … ooops… buona domenica!

BENEDETTI TESTINA
Riccardo

Benedetti
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