IL DOMENICALE DI R.B./IL BIANCO E IL NERO



Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno
in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle,
ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!

(Martin Luther King – dal discorso davanti al Lincoln Memorial
di Washington  del 28 agosto 1963)


L’uomo nero è alto un metro e novanta, spalle larghe come un portone, mani grandi che sembrano badili; e occhi scuri che pare ti scrutino fin dentro l’anima; e un sorriso buono, di quelli che fai fatica a trovare in giro ogni giorno, qui, nelle terre massacrate dagli uomini bianchi.

E che, per questo, non puoi dimenticare.

L’uomo nero si aggira tra le migliaia di auto ai posteggi della Sagra dell’uomo bianco, ha un sacchetto di plastica nascosto tra i badili zeppo di braccialetti ed altri ammennicoli.

Sono la sua ditta, e ti indica il posto dove puoi parcheggiare e poi inizia a lavorare.

Non puoi non vederlo: una volta era veramente un gigante, adesso, dopo un quinto di secolo che lo conosco, i segni del tempo stanno scalfendo anche la sua corazza, come la mia di uomo bianco, e se lo guardi bene inizi a dargli un’età.

Prima no, prima era impossibile.

Prima sembrava un guerriero che per caso aveva trovato camicia e calzoni e se li era messi addosso per confondersi tra i fratelli bianchi, per non far paura ai bambini, alle mamme e alle nonne.

E non confondersi nella notte.

MUSTAFA VU CUMPRA SAGRAMa l’uomo nero non ha mai fatto male a nessuno né di notte né di giorno, almeno che io sappia, almeno qui sui prati della Sagra dell’uomo bianco, sotto il sole che brucia la terra, i temporali che la dissetano, in mezzo al vento che alza la polvere e il biossido di carbonio sputato fuori da decine di migliaia di scappamenti.

E’ arrivato vent’anni fa assieme a un suo socio in affari di corporatura normale, nero anche lui, anzi, se possibile ancora più nero.

Volevo mandarli via. “Lasciaci stare qui”, non ne avevo voglia ma ho detto “Va bene, proviamo”, ma se qualcuno viene a lamentarsi non dovete farvi più vedere.

L’uomo bianco aveva parlato e dettato la sua regola. Al solito.

Non venne mai nessuno a lamentarsi: arrivavano alle undici, se ne andavano alle quattro e mezza, erano come invisibili, per quanto possa essere invisibile un guerriero grande come una montagna.

Tornano l’anno dopo. Facciamo un patto: va bene, dice l’uomo bianco, restate, basta che non arrivi nessun altro. Intendevo, ovviamente, nessun altro uomo nero.

Il suo badile destro chiuse in una morsa inaspettatamente delicata le mie cinque dita che scomparvero all’interno per uscirne subito dopo indenni e intatte.

Ma la stretta, l’ho capito con il trascorrere degli anni, non fu solo alla mano.

“Non preoccuparti, fratello bianco – mi disse il socio magro – se qui c’è Mustafà stai sicuro che non arriva nessun altro”, e così è stato.

E così Mustafà e il suo socio (soprannome “Rapina”, non chiedetemi il perché) ogni giorno prendevano il treno da Voghera destinazione Milano, poi altro treno sino a Lecco e poi con la corriera su, fino a Pasturo: tre ore di viaggio con la testa appoggiata ai finestrini, gli occhi vaganti sulle campagne intorno, il pensiero ad altri posti più lontani e ad altra gente.

“Ci sono due negri nei parcheggi” mi venivano a dire uomini bianchi allarmati; “uno grande e grosso e uno piccolo e magro?” rispondevo io. “Sì”, allora va bene, fatevi aiutare a mettere in ordine le macchine che lo sanno fare meglio di voi.

Aldilà del “ciao fratello”, però, l’uomo bianco non aveva mai parlato con l’uomo nero.

Poi è successo.

L’uomo nero viene dal Senegal, è un professore di matematica; in Senegal insegnano solo i “figli di” o i “nipoti di” (e l’uomo bianco conosce altri posti dove è così da sempre senza per questo andare fino in Africa) per cui lui, che è solo figlio di sua madre e suo padre e sicuramente nipote di un bel po’ di zii e zie, a un certo punto si è trovato per strada né precario né nient’altro, senza l’appiglio di una buona o cattiva scuola, costretto a invadere il territorio dell’uomo bianco con la sua ditta di plastica bianca e lavorando come guardia del corpo.

“Il mio sogno è tornare a casa e ricominciare a insegnare”, dice l’uomo nero, ma intanto deve restare qui: i figli sono cinque e la più grande, che ha ventitré anni, gli ha regalato un nipote e lo ha fatto felice, glielo si legge negli occhi e riesce a fartelo capire senza dirtelo.

Gli suona il telefono: “chiamami dopo, c’è qui il mio capo”. Io, l’uomo bianco. Non lo sapevo. Non lo immaginavo.

Passa una coppia di pensionati. Lo salutano. “Ciao fratello, ci vediamo l’anno prossimo”, clienti abituali della ditta di plastica, probabilmente; “ciao sorella, te saludi” risponde lui in dialetto agitando il badile destro e mettendomi il sinistro sulla spalla. “Vo a laurà”, si gira e scompare caracollando dietro a un SUV che ha appena parcheggiato. Giù in Senegal hanno bisogno, non è qui in vacanza come l’uomo bianco.

Chissà se lo rivedrò l’anno prossimo; magari avrà smesso di sognare e farà il nonno a tempo pieno; oppure finalmente gli si riapriranno le porte della sua aula, incrocerà sguardi assetati di sapere, occhi che lo interrogheranno.

Dove sei stato? Cosa hai fatto?

Immagino che dirà di aver avuto una ditta all’estero, lassù, in Italia, e che lavorava in un posto bellissimo in mezzo a tanti uomini bianchi che avevano imparato a non aver timore di lui, lo chiamavano fratello e gli stringevano la mano senza più paura della sua forza.

O del suo colore.

E che, magari, si ricordi di quell’uomo bianco a cui vent’anni fa regalò un elefantino dicendogli che gli avrebbe portato fortuna.

Già, proprio quell’elefantino che ogni tanto, quando sento di aver bisogno di sognare, stringo forte nella mano.

Buona domenica (e arrivederci a settembre).

BENEDETTI TESTINA
Riccardo

Benedetti
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