FALLIMENTO PRO.FER.ALL./CHIESTI DAL PM TRE ANNI E QUATTRO MESI PER LA TITOLARE VASSENA



PFA EX PROFERALLLECCO – Si è conclusa questa mattina al Tribunale di Lecco la fase istruttoria del processo a carico di Enrica Marisa Vassena, accusata di bancarotta fraudolenta per il fallimento della propria attività di famiglia, la Pro.Fer.All., notissima azienda di Cortenova che si occupava di estrusione di alluminio (ora PFA del Gruppo Stucchi, azienda risanata e totalmente al di fuori della vicenda).

Ad essere ascoltati quest’oggi dalla corte riunita in composizione collegiale i testi della difesa, rappresentata dall’avvocato Luca Berni del foro di Parma.

FRANA BINDOIl primo a deporre Norberto Manzoni, marito dell’imputata oltre che socio e direttore generale dell’azienda, molto conosciuto in Valsassina e già assessore in Comunità Montana. Manzoni ha fatto un lungo excursus per spiegare il declino dell’attività, avviato nel 2002 quando la tristemente nota frana di Bindo si è abbattuta sulla fabbrica, polverizzando immobile, macchinari, magazzino e contabilità, creando “un danno di 25 milioni di euro” e lasciando senza lavoro i 77 dipendenti assunti. “Per ripartire ci siamo rivolti alla Regione, al Governo e al sistema creditizio, ma le banche si sono tirate indietro e abbiamo ottenuto solo dei fidi a breve” ha affermato l’anziamo industriale.

Dopo questa indispensabile premessa le domande del difensore e quelle del Pm Paolo Del Grosso si sono concentrate su quegli aspetti dell’intricata vicenda che configurano il reato di cui è accusata l’imputata.

Risultati immagini per proferallIl 29 luglio 2011 infatti è stato stipulato un contratto d’affitto d’azienda, con il quale l’immobile e la stessa attività produttiva sono stati affittati ad un terzo, al canone di 30mila euro annui, una somma bassissima che ha contribuito a consolidare le accuse: “Abbiamo fatto questa scelta per preservare il patrimonio e i dipendenti – spiega Manzoni – abbiamo accettato un prezzo non congruo per salvare il posto di tutti i nostri lavoratori”. Su questo punto invece non hanno saputo dire molto Angelo Bonicalzi e Fabrizio Carabelli, i due membri del collego sindacale di allora: “non siamo stati interpellati su questo”.

Altro aspetto critico l’inserimento a bilancio di crediti che poi sono stati considerati inesigibili: “La nostra contabilità è andata persa nella frana – ha raccontato ancora l’ex direttore generale – e ci sono voluti due anni di lavoro per ricostruirla, può essere che siano uscite delle cifre sbagliate”. La deposizione si è poi concentrata su due bonifici, effettuati il giorno stesso in cui l’azienda è stata dichiarata fallita, uno di 200mila euro versato ad una banca senegalese e l’altro di 180mila servito per pagare alcuni professionisti. “Noi abbiamo investito tutto il nostro patrimonio, un milione e 350mila euro, per risollevare le sorti della nostra azienda, abbiamo versato questi 200mila euro ad una banca senegalese per poterci garantire un piccolo sostentamento nel futuro – prosegue il teste principale della giornata –.  Questo istituto infatti avrebbe dovuto versarci dei bonifici mensili, ma non abbiamo mai visto una lira”.

Sono stati i due sindaci invece a cercare di dar conto del fatto che alcune attrezzatture, il cui valore era inserito a bilancio per nove milioni di euro, ne valessero invece solo due. “Il valore delle matrici era calcolato sulla base della documentazione prodotta e ogni anno veniva calcolato l’ammortamento”.

Risultati immagini per paolo del grosso leccoDa tutti questi elementi sono emerse prove sufficienti per stabilire la colpevolezza dell’imputata per il reato di bancarotta fraudolenta, mentre per il falso in bilancio chiedo una sentenza a non procedere – chiosa il Sostituto Procuratore Del Grosso nella sua conclusione –. I crediti esposti nel bilancio del 31 ottobre 2010 erano per oltre un milione inesigibili; l’affitto d’azienda avrebbe potuto essere produttivo se avessero proceduto con il contratto scorporando i debiti, ma il canone non congruo ha depauperato l’azienda. Così come le due distrazioni di 180 e 200mila euro, che non hanno giustificazioni plausibili. Il contesto in cui si è trovata questa attività a tutti gli effetti in salute e poi piegata da un evento imprevedibile come la frana è drammatico, ma ciò non toglie che sono state poste in essere delle condotte che si configurano in un reato, che chiedo venga punito con una pena di tre anni e quattro mesi di reclusione”.

“Mancano molti commensali a questa mensa – esordisce la difesa – dovevano esserci più persone qua a condividere la loro parte di responsabilità. La mia cliente da sola sta rispondendo ad aspetti tecnici, di cui anche un team di professionisti farebbe fatica a rendere conto. Dopo la disgrazia le banche hanno ipotecato la vita della società, decretandone la morte, mentre la dirigenza ha fatto di tutto per preservare la forza lavoro. Io chiedo l’assoluzione per i reati ascritti e in subordine che vengano concesse le attenuanti generiche con le massime estensioni”.

La sentenza verrà emessa a marzo dal collegio presieduto dal giudice Enrico Manzi e dai giudici a latere Nora Lisa Passoni e Salvatore Catalano.

Manuela Valsecchi

 

 




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