STORIA E STORIE. DON TORRI/3: SULLA PACE DOMESTICA (E MATRIMONIALE)



In un periodo come il nostro in cui l’istituzione matrimoniale è senz’altro in grave crisi (i matrimoni si stringono e si sciolgono con incredibile facilità, con grave nocumento per figli e bambini) non è forse inutile leggere le parole di un intelligente prete dell’Ottocento, don Antonio Torri, parroco di Primaluna dal 1837 al 1858, concludendo la sua breve ma intensa vita a Milano dalle suore del Fatebenesorelle nel 1861.

Non vi accadde mai, miei cari fratelli, di entrare in qualche casa dove la discordia dominava e di notare il tristo spettacolo della gente che vi conviveva?” scrive nel capitolo dedicato alla “Pace domestica”.

Voi vi sarete vedute dattorno cere fosche e malinconiche, faccie abbassate sul petto e spiranti malcontento, volti soffusi dal livore e sguardi furibondi di rabbia”.

Certamente anche allora la convivenza familiare non doveva essere facile, considerando soprattutto che, a differenza di oggi, spesso le famiglie stavano raccolte in un’unica casa, molte volte piccola e inadeguata, cioè con poche stanze, dove convivevano insieme non solo genitori e figli (questi ultimi spesso assai numerosi, molto più di oggi), ma anche nonni e nonne, zii, cognati e parenti vari.

Tante anche allora le povere case dove spirava “un disordine che mette l’odio e la guerra là dove l’amore e la pace dovrebbero solo e sempre conservarsi”.

Don Torri allora prova a proporre la sua ricetta cristiana per il buon andamento della casa e della famiglia. “Per diritto di natura spetta ai genitori il dirigere la casa, il prescrivere regole di condotta, il comandare, il correggere, il distribuire i lavori..e per dovere di natura spetta ai figliuoli il sottomettersi e l’obbedire, con docilità e prontezza”.

La famiglia funziona se ognuno rispetta il proprio ruolo: ”ma se questi figliuoli, perché invasati dallo spirito d’orgoglio, di sottomissione e di obbedienza non ne vogliono sapere, e sono in perpetuo stato di ribellione, sarà mai possibile che in casa ci sia un momento di vera pace? Un padre comanda qualche opera al suo figliuolo, ma questo o la fa borbottando lamenti, o a bella posta la fa in modo contrario a quello che gli fu prescritto”.

Una madre comanda qualche lavoro alla sua figliuola, ma questa o mette in campo delle vane scuse… si leva a criticare, o fa mostra di nemmeno udire ciò che le si dice, o dà risposte sgarbate e impertinenti, e si ostina nel rifiuto e seguita interi giorni a fare l’ingrugnata”.

Quel padre e quella madre possono mai vivere in pace con questi figliuoli così incaparbiti? La superbia li fa disobbedienti e rivoltosi”, causando discordie e tumulti familiari.

È lo “spirito di superbiala vera causa dei dissidi familiari, che spesso causa anche le disunioni tra marito e moglie. “Il marito, secondo la dottrina di San Paolo, è capo della moglie, siccome Gesù Cristo è il capo della Chiesa. Ma pur troppo certe mogli non possono persuadersi della superiorità dei loro mariti e non possono sopportarla. Anzi vogliono farla in casa da assolute padrone e comportarsi come meglio talenta loro”.

E cosa fanno se appena il marito osa cercare di far sentire la propria autorità?
Allora “scoppiano in clamorose escandescenze, colla stizza e col furore della vipera a cui siasi schiacciata la coda si rizzano a mordere i loro mariti con rinfacciamenti, con parolacce, con una tempesta di improperi e di maldicenze, inarcate le braccia sui fianchi, tremanti le persone per il convulso agitamento della rabbia, stralunate gli occhi, rigonfie le gote,schiumose le labbra, infiammate la faccia, scomposte i capegli a guisa di furie, si piantano di contro ai mariti e li sfidano con mille ingiuriosissime contumelie”.

Voi lo vedete , miei carissimi, la pace è lontana le mille miglia da queste orribili procelle”.

Se invece le mogli sono deboli e flemmatiche, ma di carattere permaloso, a ogni minima rimostranza del marito “cadono in una profonda tristezza e malinconia, si accantonano a piangere e a sospirare, non più mangiano, non più lavorano, non più parlano” diventano taciturne e si ritirano nella loro prostrazione.

Se poi il marito insiste nello sgridarle per un comportamento “così rovinoso anche per la loro sanità, peggio che prima si profondano nella loro collera taciturna, e così la durano per intere settimane o per mesi”.

Davvero carini e interessanti questi quadretti di vita familiare descritti dal Torri, sulla base probabilmente di casi a lui descritti dai singoli parrocchiani, originati dal male della superbia, uno dei sette peccati capitali.

Ma lui entra anche nel rapporto tra suocere e nuore: “La suocera è superiore alla nuora per età, per grado, e d’ordinario anche per saviezza e per esperienza, quindi la nuora deve a lei stare soggetta nel regime domestico e trattarla siccome propria madre”.

Ma quest’ordine invece è capovolto e calpestato nella pratica. Eccovi una giovine che entra sposa in una casa. Dapprincipio tutto va ottimamente, il suo cuore è tutto in gioja” per aver ottenuto ciò che desiderava. Ma dentro la nuora ha il cattivo germe della superbia e della presunzione: ben presto diventa “altera e tracotante” non vuole avere la suocera come superiore, ma neanche come eguale, ma la vuole “dominare e soppiantarla nell’interno maneggio della casa”.

Usa con lei tratti petulanti, le dice parole colleriche, le fa rimbrotti offensivi, la tiene come vile e sprezzevole serva”. A volte la suocera si rassegna, per il dispiacere, ritirandosi “in un canto come roba vecchia e disutile”, ma ruminando “pensieri di vendetta”.

Se invece la suocera “è d’indole franca e risoluta, un urto fortissimo e continuo succede tra lei e la nuora”, sempre per il “governo domestico”. “Le minime coserelle bastano per provocare litigii e per provocarsi vicendevoli vendette”, spesso a fare le spese sono i figli, a volte “castigati e battuti in crudel modo fino a guastarli nella loro salute” solo per ripicca.

La suocera è donna economa e vuole che si vada cauti nel consumo e nelle spese, invece la nuora è scialacquatrice. La suocera ama il lavoro e vuol che si lavori tutti secondo le forze d’ognuno, ma la nuora è pigra ed oziosa, sta delle intere ore a far nulla rinchiusa nella sua stanza, o si perde in lunghe e inutili chiacchere con le sue amiche”. A volte addirittura “ruba in casa il denaro per comperarsi cose o di golosità o di ambizione, o per fare sconsigliati regali”.

Insomma, la mancanza di un sano rispetto delle gerarchie familiari e soprattutto la presenza di accidia e superbia provocano continue liti in casa, e la perdita della serenità familiare: in questo ambito il ruolo del marito, “pater familias”, il detentore più alto del potere, dovrebbe essere quello di curare con attenzione il benessere di tutti, stemperare le tensioni tra figli, moglie e suocera, a raccomandare tolleranza e perdono, per una felice convivenza tra tutti i membri della famiglia.
Questo però può essere solo se si seguono, naturalmente, i precetti dei buoni cristiani.

Enrico Baroncelli

 

QUI LA PRIMA PARTE:

STORIA E STORIE DELLA VALSASSINA: LA CROCIATA DI DON TORRI, DAL PULPITO CONTRO MBRIACHI E LUPANARI

 

QUI LA SECONDA:

STORIA E STORIE: DON TORRI (PARTE SECONDA). L’IRA DI DIO SUI GOLOSI E INTEMPERANTI VALSASSINESI

 

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