FRANA DI BINDO: COMMOZIONE E INSEGNAMENTI. MELESI RIPERCORRE GLI ATTIMI DELLA PAURA, LA PROTEZIONE CIVILE NE HA FATTO TESORO



BARZIO – Tanta commozione ma anche tanta consapevolezza che la frana di Bindo del 1° dicembre 2002 fu un salto di qualità per la macchina della protezione civile lecchese, è quanto emerso dalle testimonianze del convegno organizzato dalla Protezione Civile a vent’anni di distanza da quegli eventi.

La prima ricostruzione di quei fatti è spettata a Luigi Melesi, all’epoca 38enne sindaco a fine mandato, che ha ripercorso momento per momento quelle giornate sospese nell’attesa di una frana che, ormai attesa, andava però anticipata: lo si fece convincendo più di 300 persone ad abbandonare la propria abitazione. Decisione drammatica ma che ci permette oggi di parlarne senza commemorarne le vittime.

Nella stessa situazione si trovò l’allora sindaco di Castello Brianza Antonello Formenti, che ancora oggi si commuove nel ricordare la mobilitazione di ragazzini che dopo le scariche di fango calate dal Monte di Brianza si presentò a pulire le strade.

Uno sguardo più ampio è quello portato dall’a lungo capo di gabinetto della Prefettura di Lecco Stefano Simeone. Al vertice dell’unità di crisi che, in quell’anno con piogge sin da agosto, si protrasse per settimane, il funzionario ha riconosciuto la lezione impartita della frana di Bindo, un momento di passaggio che portò la Provincia di Lecco ma pure Regione Lombardia a interpretare la tutela del territorio con uno sguardo moderno e attento alla formazione e alla prevenzione.

Fabrizio Casati invece aveva 22 anni, era il responsabile della protezione civile di Cortenova che in quei mesi si stava costituendo: un battesimo del fuoco. La collaudata esperienza degli Alpini si rese indispensabile subito dopo la frana per l’assistenza a popolazione, operatori e volontari: ne ha parlato l’allora capogruppo Franco Ciresa. Cosa invece è oggi la Protezione civile, una macchina che è cresciuta e si è sempre più specializzata, è il tema dell’intervento di Domizia Mornico, volontaria dal 2003 proprio sull’onda di ciò che accadde vent’anni fa e oggi presidente del coordinamento provinciale della Protezione civile.

Spazio infine per il ricordo di Pierfranco Invernizzi, geologo, scomparso lo scorso anno. A dedicargli un applauso l’architetto Alberto Nogara, ora sindaco di Taceno ma vent’anni fa dirigente dell’ufficio tecnico della Comunità Montana: “Abbiamo collaborato per 37 anni e posso assicurarvi che sarebbe stato sicuramento tra noi per raccontarci in prima persona tutti gli eventi di quei giorni. Nel momento fatidico prese la decisione di evacuare tante persone tra Bindo e Cortenova evitando una strage”.

Ecco alcuni estratti dal convegno odierno:

LUIGI MELESI – Sindaco Cortenova 2002
Avevo 38 anni ed ero a fine mandato, già avevo deciso di non ricandidarmi. Quell’autunno fu molto piovoso, le piogge iniziarono ad agosto e sembravano non finire più. Il lunedì della settimana precedente la frana l’alveo del Pioverna era già a rischio esondazione e alla prefettura anticipai le ordinanze per sgomberare la via parallela al fiume, in accordo con con le famiglie.
Martedì ci furono grossi problemi sul Rossiga, si stavano intasando anche i torrenti a Bindo, tobinature e scantinati. Intervennero i Vigili del fuoco e con loro alcuni volontari ma non era ancora la nostra Protezione civile: un gruppo di ragazzi aveva appena terminato al formazione e andava costituendosi. Mercoledì ci fu il primo tronco di frana nel Rossiga. L’attenzione in quel momento era rivolta lì: spostammo le ruspe che operavano a Bindo e pulimmo i detriti, ma in breve divenne pericoloso lavorare nell’alveo perciò operai e mezzi tornarono a Bindo. Sfollammo i residenti in località Gàllera.
Mercoledì sera una frana invade l’intero alveo del Rossiga, venne colpita una stalla, per gli animali non ci fu nulla da fare ma a spaventare fu anche il contadino perché era l’ora della mungitura e non riuscivamo a trovarlo. Dopo qualche ora lo rintracciammo, non si trovava in stalla, ci abbracciammo e ci mettemmo a piangere.
Giovedì la situazione sul Rossiga restava grave ma ci dicevamo che quello che poteva succedere ormai era successo.  A Bindo invece continuava a peggiorare: la montagna, all’interno, sembrava piena d’acqua, dal terreno schizzavano sorgenti e si formavano ruscelli.
Venerdì facemmo un primo sopralluogo, continuava a piovere ma si decise lo stesso di farne un altro alle 16. Con i due agenti della Forestale ci addentrammo in quello che poi sarebbe stato il corpo di frana. Il bosco guardava verso la valle, c’erano crepe anche di un metro larghezza. Fu in quel momento che decidemmo di sfollare. Feci due telefonate: la prima in Comune per avvisare dell’intenzione di sfollare l’area fino a via Cimone, a 500 metri dalla frana. L’impiegato si mise a piangere, gli dissi che non c’era tempo e di preparare subito l’ordinanza. La seconda telefonata al mio vice, Lino Benedetti: “Ti te se mat” mi rispose, ma se avesse visto quello che vedemmo noi non avrebbe avuto dubbi. Ci riunimmo subito in Comune, all’unità di crisi, dove il dirigente dei pompieri dottor Barbieri, dotato di una calma invidiabile, mi spiegò come gestire la situazione. Chiamai la Croce Rossa e si iniziò ad evacuare i cittadini più fragili, chiamai Simeone in Prefettura che già aveva pronta una lista di alberghi e strutture per ricoverare la popolazione. La Questura ci mandò degli agenti che riuscirono a convincere i residenti ad abbandonare le case.
Sabato mattina la giornata era splendida, sembrava che tutto fosse finito. Noi ovviamente non potevamo abbandonare il Comune, proseguivano le riunioni. Alle 20.30 venne giù la prima parte della frana, travolse quattro o cinque abitazioni e arrivò sino quasi alla strada provinciale. Ora era chiaro che sarebbe sceso tutto il resto, non restava che attendere. Andai a casa a riposare ma alle 3 mi svegliarono: “Non c’è più Bindo!“.
Dalla finestra avrei dovuto vedere tutto invece c’era solo nebbia. Andai verso Bindo e a un certo punto mi trovai di fronte a un muro di terra, una ventina di metri di frana copriva la provinciale. Il pensiero fu subito alle persone, perché è vero, avevamo sfollato, ma la gente era in giro e dovevamo accertarci che nessuno fosse rimasto sotto. Si decise di sfollare anche Cortenova, 400 persone fuori casa. La centrale operativa venne spostata dal Municipio alle scuole elementari. Alle 8 mi raggiunse il geologo Invernizzi, la nebbia rendeva inutili i cannocchiali quindi cercammo un elicottero, il più piccolo e leggero possibile. Lo mise la Guardia di Finanza, a bordo il pilota, io, Invernizzi e Barbieri. Stavamo stretti, si fecero foto ma nessuno in quel volo di mezz’ora disse una parola. Nel frattempo alle scuole ci era già stato portato internet, non so come fecero, e ci consegnarono telefoni d’emergenza. Il piazzale era stracolmo di curiosi. Ora era il momento di rimboccarsi le maniche per censire gli sfollati, preparare pasti caldi… Lasciai carta bianca agli Alpini di Cortenova e alla loro struttura, in un attimo c’era il tendone e un ristoro. Nel frattempo pensammo a interventi, si ragionava sul da farsi, i geologi battezzarono la frana segnalando tutte le crepe. Così finì la parte istituzionale della vicenda, poi fu il momento della gestione dell’emergenza perché c’erano cittadini senza più nulla, né vestiti né casa.

Concludo dispiacendomi di non vedere molti amministratori in sala, vorrei far capire che è fondamentale per un sindaco avere un gruppo di protezione civile affiatato come lo abbiamo oggi. Inoltre è vero che decisi io di sfollare, ma l’ho fatto perché ho avuto la fortuna di avere i consigli di persone competenti e decise.

ANTONELLO FORMENTI – Sindaco di Castello di Brianza 2002
I nostri occhi sono come una cinepresa, potrei ripercorrere minuto per minuto quei giorni. Sono stati momenti difficili ma non essendoci stati morti possiamo evidenziare gli aspetti positivi. A Castello Brianza il segnale furono i tombini del paese che saltavano da terra, ma devo premettere che noi conosciamo la nostra montagna, sappiamo che l’argilla nel sottosuolo si gonfia e spinge le frane in superficie, che infatti sono soventi, e per questo mai si è acconsentito ad abusi né a opere che ne pregiudicassero la stabilità.
All’inizio sembrò tutto tranquillo, andammo a valutare una prima frana a Prestabbio con qualche cantina allagata, a 200 metri da lì però sentimmo la terra muoversi sotto ai piedi. Se mi avessero cronometrato avrei fatto il record dei cento metri. Seguirono altre 2 o 3 piccole frane. Alle 20.30 mente chiudevo il comune partì la frana più importante in zona Cologna. Rientrammo e da lì si poteva osservare quanto successo. Il giorno successivo entrarono in azione le ruspe e la Protezione civile. Io in quelle ore ero sommerso da richieste e correvo dappertutto, lì mi venne data una prima lezione: il responsabile della Protezione civile mi bloccò e disse “Sindaco stia fermo qui, lei deve dare disposizioni, non rincorrere i cittadini“. Ci furono più di 500 sfollati, assistiti dagli Alpini, mentre i carabinieri in congendo pattugliarono le case abbandonate per evitare casi di sciacallaggio. Terminati i grossi interventi non restava che pulire la via principale. Era domenica quindi chiesi al parrocco di fare una appello ai volontari. Arrivarono tutti ragazzi del paese.

STEFANO SIMEONE – Capo di Gabinetto Prefettura di Lecco 2002
Il sindaco Melesi chiamò alle 4.15 del sabato mattina. La sala operativa era attiva da un mese e mezzo, dagli inizi ottobre, e io ero andato a letto da poco. A quel punto si sapeva che la frana a breve sarebbe caduta ma ero in uno stato di serena consapevolezza perché nei giorni precedenti avevo visto cos’era la Protezione civile e di cosa era capace.
Devo dare merio ai due componenti della forestale Colli e Spinelli che sotto la pioggia andarono sulla frana; alla componente tecnica con Barberi che disse di evacuare; infine alla decisione politica del sindaco che non ha guardato in faccia a nessuno. Se fosse mancato uno di quei ingredienti la frana avrebbe causato 370 morti. È un insegnamento per i più giovani: si lavora insieme, ognuno col suo ruolo da svolgere bene, e facendo il proprio dovere perché se viene a mancare un tassello la conseguenza sono i lutti.
Per noi la frana di Bindo fu l’apice di un periodo terribile. E fu spartiacque. Dal 1997 al 2000 la sala operativa era sempre aperta. Da quel momento per trovare un’altra emergenza simile dobbiamo arrivare a Casargo 2019, in una fase in cui però incide anche il cambiamento climatico. Ciò fu possibile perché la Regione lavorò molto sulla prevenzioni, la novità fu il coinvolgimento delle università, l’inserimento di tecnologie per il monitoraggio sempre più avanzate. Nel lecchese oggi non c’è solo attenzione alla Protezione civile ma c’è proprio una cultura di Protezione civile, vuol dire far interagire e dialogare tutte le componenti. Bindo fu punto di partenza che portò una tranquillità che mi auguro possa durare ancora a lungo.

ALBERTO NOGARA – Dirigente Comunità Montana VVVR 2002
La situazione di Bindo era sott’occhio da anni. Un fenomeno che andava aumentando, si siede quindi corso alla realizzazione di paramassi realizzati nel 1998, 1999 e 2000. Il problema si pensava risolto ma massi di notevoli dimensioni continuavano a scendere. Quell’autunno piovve per tre mesi senza pausa, le temperature alte non permettevano il formarsi di neve e tutta l’acqua scorreva a valle. La settimana prima della frana sorgenti di acqua e ruscelli con portate d’acqua incredibili scendeva sino alla provinciale. Il 30 novembre verso le 12 notammo l’intorbidimento delle sorgenti, era il segnale che la montagna si muoveva. La notte vedemmo un camion che si spostava, era senza autista ed era spinto dalla frana. Alle 3 venne giù tutto, con le prime luci ci trovammo in un paesaggio lunare, fumante, incredibile. La Valsassina era divisa in due, tagliata a metà. Da qui in poi fu tutto in correre e si temette anche l’esondazione del Pioverna, nel caso in cui un altro pezzo di montagna si fosse staccato. Contammo 479 sfollati, 117 nuclei famigliari a Bindo e 75 a Cortenova. Erano ferme 20 unità produttive a Bindo e 23 a Cortenova. Nella divisione dei ruoli alla Comunità Montana fu assegnato di monitorare le frane, la viabilità venne deviata sulla passerella agricola di Bindo, ora di importanza vitale.

Il problema per noi fu trovare un modo di attraversare il Pioverna perché la passerella era larga solo tre metri. Per un anno sopportò tutto il traffico pesante della Valsassina ma non poteva durare. L’8 maggio 2003 venne a Cortenova il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che per risolvere il collegamento viario propose un ponte Baylei militare provvisorio, ma non se ne fece niente. Ad agosto mi venne affidato l’incarico di predisporre un progetto preliminare di ponte che consegnai in 15 giorni, riguardava un nuovo ponte parallelo all’esistente, con doppia corsia. Nel frattempo il capo della Protezione Civile Nazionale Guido Bertolaso tornò sull’ipotesi di ponte Bailey provvisorio prevedendo un costo di 800mila euro. La Comunità Montana fece notare che il nostro progetto di ponte definitivo avrebbe avuto gli stessi costi, e mi presi l’impegno di far rispettare i tempi. Ricevemmo il via libera: i lavori iniziarono il 23 febbraio 2004, il 13 agosto terminarono e il 25 settembre venne collaudato. Il 25 ottobre venne inaugurato.

FABRIZIO CASATI – Primo coordinatore gruppo comunale Protezione civile Cortenova
In quel periodo un primo gruppo aveva appena terminato il corso protezione civile ma ancora non eravamo costituiti e non avevamo titolo. Fu una intuizione di Luigi Melesi, avevo 22 anni e il sindaco convinse me e un gruppo di giovani a fare il corso.
I primi servizi li svolgemmo ai “cancelli” di Bindo, si dava la possibilità agli sfollati di rientrare nella zona rossa. Poi fummo di supporto nella posa della attrezzature per il monitoraggio.
Nel 2003 ci fu un secondo corso e così pian piano siamo cresciuti. Sono orgoglioso di vedere un gruppo che funziona, Cortenova ha dato l’esempio a tutta la provincia.

DOMIZIA MORNICO – Presidente Comitato coordinamento organizzazioni volontariato Protezione civile della Provincia di Lecco 2022
Dall’esperienza vissuta da cittadina è nata la volontà di diventare volontaria. La frana non è stata dimenticata ma si è sedimentata. In questi venti anni si è puntato sulla formazione, i volontari entrano in un sistema con diversi ambiti e competenze. All’interno dei gruppi ci sono professionalità messe in a disposizione del volontariato, a partire da nuovi sistemi informatici e di comunicazione, oltre alla tecnologica. I gruppi comunali hanno imparato a sensibilizzare i propri sindaci, si è volontari di Protezione civile quando si ha a cuore il proprio territorio. Il Comitato di coordinamento delle organizzazioni di volontariato rappresenta un tutti i gruppi comunali e dobbiamo imparate a collaborare con la provincia. Il sistema oggi è pronto ma la forza è farlo funzionare in modo organizzato, è così che a Primaluna in un giorno abbiamo portato 200 volontari, altri 100 a Casargo in poche ore. Anche durante l’emergenza Covid i gruppi hanno lavorato insieme, sempre presenti e disponibili ma sempre collaborando insieme.

Cesare Canepari

 

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