LECCO – Seconda puntata de “La lente di Ricciardelli“, la nuova rubrica settimanale firmata da Valerio Ricciardelli, studioso ed esperto di istruzione tecnica e politiche formative. Ogni settimana il nostro columnist usa la sua lente per leggere dati e scenari, dalla riforma del 4+2 al PNRR, dal rischio di “manutenzione dell’esistente” alla fuga di competenze dei nostri diplomati migliori. La rubrica racconta come l’istruzione tecnica possa tornare leva strategica per l’economia e non semplice percorso “di serie B”. Ma non solo.
Si afferma con una certa enfasi che l’introduzione del curriculo territoriale nella riforma dell’istruzione tecnica quinquennale sia la chiave di volta per rendere efficace il nuovo ordinamento. Ma è davvero così? Siamo sicuri che lasciare al “fai da te” di ciascuno istituto l’integrazione dei contenuti della propria offerta formativa secondo i bisogni delle aziende del territorio sia realmente la soluzione per colmare il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro?
Dare vita a una scuola che risponda alle esigenze del territorio è certamente una necessità che bisogna affrontare, ma per poterla soddisfare occorrono, a mio avviso, politiche formative guidate da una strategia di intervento completamente diverse. Se ne dovrebbe occupare non lo Stato, attraverso l’istruzione tecnica, ma la formazione professionale di competenza delle Regioni, che, evitando di ripetere gli errori compiuti in passato, potrebbero investire in modo più produttivo ed efficiente, le risorse di cui dispongono, sia pubbliche che di provenienza comunitaria.
Ecco perché, come ho già sottolineato nell’articolo precedente, occorre una volta per tutte fare chiarezza su chi deve fare cosa, distinguendo l’istruzione tecnica e professionale statale dalla istruzione e formazione professionale regionale (triennale e quadriennale), nonché dall’addestramento professionale. Percorsi di natura diversa, ciascuno dei quali, pur contribuendo a costruire e/o rafforzare le competenze delle professioni tecniche, risponde tuttavia sia a finalità e strategie formative specifiche, sia a orizzonti temporali di implementazione della rispettiva offerta formativa estremamente differenti.
Allora, se si tiene conto di quanto appena evidenziato, è chiaro che non si possono ritenere equivalenti un percorso di istruzione tecnica statale, che mira a formare tecnici altamente qualificati e un percorso di formazione o di addestramento professionale regionale nati per rispondere nel breve periodo alla carenza di figure come l’operatore della saldatura o il montatore di un traliccio dell’energia elettrica. Mi pare evidente che di queste ultime necessità non possa e non debba occuparsi una riforma dell’istruzione tecnica.
Al riguardo, vale la pena insistere di nuovo su questo aspetto a mio avviso cruciale per affrontare con consapevolezza una riforma scolastica, dove i nostri istituti tecnici, che nel passato hanno formato la classe dirigente e imprenditoriale dell’Italia, non devono avere come compito prioritario il soddisfacimento immediato dei bisogni delle aziende dei territori, perché il loro obiettivo prioritario è, e deve rimanere, la finalità ultima che la Costituzione assegna alla scuola, formare, prima ancora delle competenze tecniche, la capacità degli studenti di stare al mondo come cittadini consapevoli e protagonisti dello sviluppo futuro del Paese.
Infatti, una riforma dell’istruzione tecnica, produce risultati non immediati, ma osservabili e misurabili non prima di 5 anni, ma nel frattempo l’economia, il mercato del lavoro (di cui non si parla mai), l’employability delle professioni, le attese dei nostri giovani – di cui una parte sempre più consistente continua ad emigrare all’estero – inevitabilmente saranno di nuovo profondamente cambiate. Ragion per cui abbiamo bisogno di una politica scolastica proattiva, anticipatrice delle grandi trasformazioni future, che modificheranno repentinamente anche le conoscenze e i saperi necessari, per essere in grado di governare il cambiamento e non subirlo passivamente. Su questa rappresentazione va definita la riforma.
Nel dettaglio, dunque, bisogna conoscere quali saranno i nuovi sistemi delle governance operative delle industrie manufatturiere e dei servizi, intuire e traguardare i cambiamenti che ne deriveranno, le professioni che vi opereranno, insieme all’evoluzione delle rispettive employability.
Allora, se questo è l’approccio corretto per sostenere lo sviluppo di un Paese inserito nella complessità del sistema economico globale, affermare che l’istruzione tecnica deve essere al servizio dei bisogni delle aziende del territorio, appare con tutta evidenza una visione miope e priva di prospettiva sistemica.
Per avere una idea di quale sia il sistema delle professioni tecniche industriali che si sono delineate e si stanno delineando nell’economia globale, dove il nostro Paese è comunque inserito come la seconda manifattura in Europa, sarebbe molto importante e utile partecipare, almeno come osservatori, alle “Worldskills Olimpic”, ossia le olimpiadi delle professioni, anche di quelle tecniche, che avvengono con cadenza biennale. Non è la prima volta che cito la competizione, questo suggerimento, o se volete raccomandazione, era stata anche rilanciata dal giornalista Paolo Pagliaro in uno dei suoi suo seguitissimi editoriali nella trasmissione televisiva “Otto e Mezzo”, in onda sulla La7, ma rimasta, purtroppo, totalmente disattesa.
Ne scrissi nell’ottobre del 2024, in occasione delle ultime olimpiadi svoltesi in Francia, dove la Cina, sbalordendo il mondo, conquistò più del 50% delle medaglie d’oro nelle competizioni relative alle professioni industriali, seguita nella classifica del medagliere più prestigioso da altri paesi asiatici. In quella occasione, gli studenti delle scuole tecniche cinesi dimostrarono le loro elevate conoscenze, mettendo in chiara evidenza il consistente gap rispetto agli studenti europei e americani. Ciò dimostra che il potenziale competitivo dell’ormai prossimo primo colosso economico mondiale, poggia su una base quantitativa e qualitativa di bravissimi tecnici, indiscutibilmente i migliori al mondo in tantissime discipline. Di tutto ciò avremo conferma nell’edizione delle olimpiadi del prossimo ottobre che, quest’anno si terranno a Shanghai, dove con molta probabilità vedremo gli effetti già prodotti dallo straordinario piano industriale strategico cinese al 2030, con investimenti enormi sulla ricerca e sulla scuola.
Anche per le ragioni espresse sopra, ho sempre sostenuto che per fare una riforma scolastica servirebbe ai riformatori disporre di alcuni qualificati osservatori permanentemente presenti nelle manifestazioni di cui ho appena detto. Oltre alle olimpiadi delle professioni, ho suggerito più volte di partecipare alla “Hannover Messe”, l’evento fieristico tedesco più importante al mondo per l’economia industriale manifatturiera.
In quel contesto si possono cogliere, con un immediato colpo d’occhio, le tendenze tecnologiche dei paesi più avanzati e anche come quelli a bassa manifattura si stiano attrezzando per reggere la competizione ed entrare in nuovi mercati. Hannover Messe è il miglior osservatorio per comprendere come si rimodelleranno le varie supply chain e quali potenziali rischi potrebbero sorgere per la competitività delle nostre imprese.
Ecco perché rinchiudersi nel “cortile domestico” di un curricolo territoriale, soprattutto per la seconda economia manifatturiera dell’Europa, rischia di essere l’esito di una grande miopia.
Il curricolo territoriale potrebbe allora essere un pericoloso boomerang e se in qualche modo dovesse costituire anche un’anticipazione della riforma in atto dell’autonomia differenziata, per l’istruzione tecnica sarebbe un disastro.
In tal caso ci sarebbe poi da chiedersi e definire quale territorio si dovrebbe prendere in considerazione, con quale configurazione geografica, economica, con quali trasformazioni aziendali, con quale cultura imprenditoriale e manageriale. Ci sono parecchie cose che andrebbero definite con molta precisione.
Molti tessuti imprenditoriali sono in gran parte formati da piccole imprese e realtà artigianali appartenenti a lunghe supply chain e molte volte restii alle politiche necessarie di trasformazione aziendale e di introduzione della cultura manageriale per stare sul mercato (molte imprese non conoscono nemmeno il mercato dove sono inserite, ma solo il cliente che acquista i loro beni), per cui c’è il rischio che il curricolo territoriale diventi la produzione delle conoscenze che servivano nel passato.
Bisogna quindi porre molta attenzione. Fare un curricolo territoriale non vuol dire conoscere bene l’economia del territorio, che invece va letta, interpretata e inserita nel contesto globale. Ma come si fa a individuare, analizzare, e rappresentare l’economia del territorio, compreso il suo mercato del lavoro, in una prospettiva di lungo termine, che è quella che interessa la scuola? È una attività che richiede la conoscenza e l’applicazione di grammatiche dedicate.
E se nel territorio di riferimento ci fossero nel frattempo delle crisi aziendali di carattere strutturale – si pensi a quanto sta accadendo per esempio nel settore delle ceramiche – come se ne terrebbe conto?
E se i diplomati con il curricolo territoriale non dovessero trovare occupazione nel territorio cosa farebbero?
Allora il curricolo territoriale non è la soluzione. Attenzione, però, non voglio essere frainteso, per me è importante costruire un proficuo rapporto tra scuola e mondo delle imprese per allargare i contesti di apprendimento anche al di fuori del perimetro scolastico, purché tali iniziative siano progettate con molta cura e competenza. Ma l’apprendimento nei luoghi di lavoro, o alternanza scuola e formazione, è tutt’altra cosa. Una riforma scolastica dell’istruzione tecnica non parte dai bisogni delle imprese del territorio, ma da una visione culturale, sociale ed economica sostenibile, da una politica economica basata su un piano industriale (che non c’è), da una coerente politica del lavoro, da una politica di employability, da una politica giovanile che innanzitutto arresti la grave emorragia emigrazionale. Insomma, da una iniziativa che tenga tutti i profili in un insieme virtuoso, sostenuta da passione, visione, conoscenze, capacità esecutive e magari, perché no, da un Ministero appositamente dedicato.
E per ora non abbiamo ancora preso in considerazione tutti quei mestieri che sono invece riconducibili alla libera professione e al lavoro autonomo, che per varie ragioni sono in grande crescita ma richiedono anch’essi una riforma adeguata.
Valerio Ricciardelli



Perito elettronico e ingegnere elettronico, è Maestro del Lavoro ed esperto di istruzione tecnica e formazione professionale.



