SVILUPPO MONTANO E INNOVAZIONE



L’ultima lezione dell’attuale modulo, dedicato a tematiche settoriali, è stata tenuta da Andrea Caraglio del Politecnico di Milano e da Alessandra Mabriani, responsabile marketing del Business Innovation Center “La Fucina” di Sesto San Giovanni, e ha trattato il tema dell’innovazione nello sviluppo locale.

E’ stata inizialmente presentata una panoramica delle principali teorie neoclassiche dello sviluppo che furono definite a partire dagli anni 50 per spiegare i processi di crescita economica di lungo periodo. I primi modelli identificarono come causa principale della crescita l’entità degli investimenti fisici (Harrod-Domar), ma ben presto si capì come i soli investimenti non potessero spiegare le differenti dinamiche di sviluppo che si manifestavano in paesi con un simile livello di investimenti. Si cercò quindi di sviluppare dei modelli interpretativi e predittivi che tenessero conto dell’innovazione del progresso tecnologico quale fattore determinante dello sviluppo.

I primi modelli, pur legando lo sviluppo all’innovazione, non riuscirono ad esplicitare il meccanismo endogeno che sta alla base degli incentivi di mercato che conducono all’innovazione (Solow-Swann), ovvero riuscirono a spiegare le dinamiche di sviluppo in seguito alla nascita di nuove tecnologie, ma non i motivi per i quali tali tecnologie riescano a nascere in determinati contesti e non in altri. A partire dagli anni ’60 alcuni studi iniziarono ad evidenziare la forte correlazione tra livello di istruzione di un paese e ricchezza prodotta, ma solo negli anni 90 furono sviluppate le prime teorie basate sull’idea che l’innovazione fosse strettamente correlata al capitale umano e che la produttività della forza lavoro fosse legata alla conoscenza e alle competenze.

Tali teorie, a differenza della così detta teoria esogena di Solow-Swann, permisero di inglobare nei modelli le determinanti del progresso tecnologico (teoria endogena) (Mankiw, Lucas, Romer, Young), e a dimostrare la correlazione tra produttività e capitale umano, e la sostituibilità tra differenti forme di capitale e lavoro.

Lo scopo principale di questa panoramica è quello di dimostrare che lo sviluppo economico è inscindibilmente legato all’innovazione e questa è statisticamente correlata alla conoscenza e alle competenze delle persone. Tale conclusione ha validità sia in un contesto di sistema paese, ma anche in contesti locali.

Le teorie neoclassiche, pur permettendo di interpretare le dinamiche dello sviluppo economico medio di un sistema, non erano in grado di spiegare le notevoli differenze in diversi contesti spaziali del sistema stesso. L’importanza della dimensione spaziale nei processi di crescita è stata introdotta in tempi relativamente recenti dall’Economia Regionale, ovvero da un insieme di teorie che offrono una spiegazione ad ampio spettro dei meccanismi che legano innovazione a sviluppo locale, ma che tuttavia mancano di una formalizzazione matematica che consenta di fare una previsione quantitativa dell’effetto di politiche di stimolo dell’innovazione.

Tra tali teorie quella che sembra particolarmente adatta a spiegare molti casi di successo di sviluppo locale in Italia è quella basata sul concetto di capitale relazionale, definito come l’insieme delle relazioni economiche tra soggetti che operano in condizioni di prossimità geografica e sociale.  Secondo tale teoria l’elemento che influenza e determina la capacità innovativa e il successo economico di specifiche aree locali è la presenza di un elevato capitale relazionale, ovvero di una fitta rete di relazioni sia formali (accordi di cooperazione tra imprese, istituzioni pubbliche e attori collettivi) che informali (tra clienti e fornitori, tra attori pubblici e privati, ..).

In contesti caratterizzati da un elevato capitale relazionale si verifica un processo di apprendimento collettivo in parte spiegabile in base alla prossimità geografica che facilita, ad esempio, il turnover del capitale umano tra le imprese e meccanismi di imitazione delle pratiche innovative, ma anche e soprattutto grazie alla coesione sociale tra i diversi attori che consente il trasferimento tacito delle informazioni e facilita la cooperazione e le partnership.
La presenza di un elevato capitale relazionale determina inoltre una riduzione dell’incertezza che accompagna i processi innovativi in quanto, ad esempio, agevola la raccolta e la selezione delle informazioni e la condivisione del rischio tra partner.

Infine, grazie a meccanismi di fiducia e lealtà, riduce i costi di coordinamento tra i diversi attori coinvolti nei processi decisionali e i costi di controllo, e facilita l’azione collettiva.

Tale forma di capitale potrebbe essere una delle principali risorse sulle quali far leva per lo sviluppo dell’innovazione in contesti territoriali montani, spesso caratterizzati da una carenza di altre forme di capitale, ma contraddistinti da fitte reti relazionali tra tutti gli attori presenti sul territorio.


Ing. Flavio Piolini

 

 

 

 




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