I Lanzichenecchi e la peste, un triste capitolo della storia valsassinese



L’Italia, allora dominata dagli spagnoli, si era trovata ai margini di un impero in declino, di cui conobbe gli aspetti peggiori: l’emarginazione economica, il fiscalismo esasperato, la rivalsa dei privilegi nobiliari a scapito di uno sviluppo dei nuovi ceti produttivi. La crisi economica che seguì portò all’impoverimento del nord Italia, all’insufficienza della produzione agricola, alla mancanza di scambi economici alternativi. 

Scoppiarono carestie; la più terribile nel 1628: la popolazione era stremata dalla fame.

Baldo Cattaneo Torriano, nel 1631, scriveva “[…] né trovandosi più un soldo da parte alcuna, né sollevamento alcuno, [i valligiani] sono ridotti a tanta miseria et calamità, che è una compassione a vederli, et il loro comune cibo da alcuni mesi in qua, è solo che herbe selvatiche, di modo che si vedono per li prati a modo di greggi le povere donne in ogni loco a cogliere ogni sorta d’herbe, et quali cotte et la maggior parte senz’altro condimento scacciano avidamente l’insopportabil fame”.

Il brano è riportato da Giuseppe Arrigoni nelle Notizie Storiche della Valsassina, e più avanti riprende: “Ma Iddio ancora più penoso voleva rendere il suo castigo. Quindi i grani salirono a prezzi ancor maggiori, quindi avresti veduto madri, fanciulli e vecchi sdraiati per le piazze e per le vie mandar lunghi e fiochi lamenti, quindi altri macilenti con occhi infossati  e braccia disseccate vagolar per le case e pei crocicchi delle strade domandando con che prolungare la vita, quindi altri trascinarsi alla pianura e alla città, ma lungo il cammino o giunti in città cader di fame estinti”.

In questa situazione di penuria e malnutrizione, la peste, rimasta a livello endemico per tutto il Cinquecento, trovò terreno favorevole per diffondersi.
In Italia la peste fu portata dal nord, dalla Germania dove erano state raccolte le truppe del generale Albrecht von Wallenstein, i Lanzichenecchi.
I cinquantamila soldati avventurieri “più che dalle paghe, eran attirati a quel mestiere dalle speranze di saccheggio e da tutti gli allettamenti della licenza”. Wallenstein conduceva le sue truppe in territori fertili, ancora immuni dal passaggio delle guerre, dove i soldati avevano la licenza di saccheggio e requisizione. Le truppe erano state radunate a Lindau, sul lago di Costanza, “luogo ove si riducono tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna”.

Il generale von Wallenstein, al servizio dell’imperatore Ferdinando II, non venne però in Italia, ma vi inviò Giovanni conte di Merode, che con le truppe passò da Coira il 29 maggio 1629; “passarono poi nella Valtellina e negli sterilissimi Grigioni ove fame, miseria e istinto del saccheggio li spinsero a sfondare gli usci di molte case chiuse a causa del contagio, divenendone essi stessi prime vittime”. In realtà le truppe non transitarono in Valtellina, ma la Valle dovette comunque rifornire le truppe di fieno per i cavalli e di farina per i soldati, nonché denaro per il conte di Merode.

L’esercito di Lanzichenecchi attraversava le Alpi diretto a Mantova, ducato considerato feudo dell’impero germanico e quindi rivendicato dall’imperatore. Infatti alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga, il feudo avrebbe dovuto passare al suo parente più vicino.

Il re di Spagna, Filippo IV, si era opposto alla nomina di Carlo di Rethel, duca di Nevers naturalizzato francese dal cardinale Richelieu, a governatore, temendo che il controllo sulla ricca città gli fosse sottratto dai francesi, e mosse piuttosto guerra a Mantova con l’aiuto dell’Imperatore tedesco, che inviò i suoi soldati mercenari, i Lanzichenecchi: “vent’otto mila fanti e sette mila cavalli; e scendendo dalla Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po, e dopo avevan un buon tratto di questo da costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano…”

L’esercito germanico in movimento, per il proprio sostentamento, contava sul saccheggio dei villaggi incontrati lungo il percorso. Solitamente gli eserciti in marcia, di qualunque paese fossero, erano abituati a requisire cibo, animali e persino alloggi presso i locali, creando così notevoli disagi anche ai paesi che non erano direttamente coinvolti nelle operazioni belliche.

Da un registro del Comune di Cremeno, in Valsassina, apprendiamo le quantità esatte di cibo vendute dal Comune ai soldati alemanni di passaggio, ma dubitiamo fortemente che il prezzo indicato sia stato effettivamente pagato: vino, pane, formaggio, carne di manzo, carne di capra, carne di castrato sotto sale, galline, orzo, fieno per i cavalli, e persino legna da ardere, per un totale di 113 lire e 19 soldi.

Sigismondo Boldoni, letterato, autore del Larius e de La caduta dei Longobardi, al tempo della calata dei Lanzichenecchi si trovava nella villa di famiglia a Bellano,  e scriveva al cardinale Roberto Ubaldini di Venezia: “Mentre ti scrivo, gli abitanti del paese e del Lario, costernati, fuggono lasciando le case spoglie di ogni cosa, spingendo gli armenti sui monti, portando con sé le cose più preziose, per paura dell’esercito germanico che, per nostra somma disgrazia, si aspetta di giorno in giorno, e che, per castigo di Dio, terrà questa strada”. E più avanti: “Io, sprangate le porte, per evitare la sorte comune [la requisizione della casa per l’alloggio dei soldati, nda], ottenni che il segretario del principe di Brandeburgo, il quale guida questo reggimento, passasse la notte a casa mia. Ma ciò non bastò a contenere il furore di quegli uomini rapacissimi”.

In una missiva a Domenico Molino di Venezia, sempre il Boldoni spiega: “Nello stesso paese, che appena conta settanta famiglie, si trovò stipata tutta quella moltitudine; a stento c’era spazio per i cavalli e non si trovava foraggio. Così che dapprima cinquanta cavalieri e, subito dopo, una compagnia di fanti furon mandati altrove. Qui si fermò per sei interi giorni una sola compagnia”.

Un esercito così grande e feroce al suo passaggio lasciava le terre completamente distrutte. Già era difficile l’approvvigionamento a causa della carestia, figuriamoci dopo il passaggio di migliaia di razziatori!
Boldoni continuava a scrivere, questa volta al cardinale Scipione Cobelluccio di Roma: “eran già passati sette reggimenti di fanti e di cavalieri, che avevan saccheggiato tutti i paesi, devastati tutti i campi e rubati tutti gli armenti e tutti i greggi, quando sopraggiunsero sugli stanchi e disperati abitanti i soldati di Furstenberg. Gli altri reggimenti avevano occupato le case loro assegnate, questo invece cercò l’alloggiamento con la forza e la violenza; in pochi istanti tutte le porte delle case furon sfondate”.
Boldoni e la sua casa furono risparmiati, ma nel 1630 il letterato fu colpito dalla peste e morì.

La popolazione alpina non potè difendersi da una simile invasione: villaggi e cascine furono saccheggiate e incendiate, il bestiame razziato, i raccolti distrutti, la popolazione tutta subì violenze e morte: “Per tutta la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada”. Ma il passaggio dei Lanzichenecchi nel nord Italia, non solo portò distruzione e desolazione nei paesi che attraversarono, ma portò con sé il morbo della peste: “Oltre tutti i danni che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi avvisi al tribunale della sanità, che in quell’esercito covasse la peste, della quale allora nelle truppe alemanne c’era sempre qualche sprazzo”.

“Poco dopo, in questo o in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte dei viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo”. Così racconta il Manzoni, e più avanti ancora: “Sul finire del mese di marzo, cominciarono, […] a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia”.
Tra il 1628 e il 1631 l’epidemia infuriò su tutte le Alpi e si portò via i due terzi della popolazione.

L’esercito dei Lanzichenecchi abbandonò le coste del Lago di Como a Bellano e risalì la Valsassina per raggiungere Lecco. Allora infatti non esisteva ancora la strada costiera sulla sponda orientale del lago, ma la Valsassina era la via naturale per collegare Lecco all’Alto Lario.

Alessandro Tadino, protomedico, membro del Tribunale della Sanità di Milano, inviato in Valsassina e nel Lecchese per controllare la situazione, ricorda la valle e le sue bellezze austere: “[…] in mezzo a questa valle scorre in una parte il fiume Pioverna, dall’altra il fiume Troggia. Acque non meno delicate, che deliziose per vedersi scaturire dall’aspre rupi de que’ scoscesi monti, fra quali a queste sovrastano il Monte Albano, et il Monte Grigna, che tutto l’anno carichi di copiosa neve se ne giacciono, e dalle loro oscure caverne veggonsi ben spesso uscire orsi, lupi, camozze, et altre fiere”.

Ma anche qui, nonostante i pericoli della montagna, le fiere e i boschi fitti “la strage, che fu fatta da quella gente [i Lanzichenecchi] in questa valle non è da dirsi; non che da considerare, poiché quei poveri e sventurati paesani, per tanti anni havendo mai visto soldatesca così indomita, la quale oltre tant’altri enormi eccessi ad altro non attendeva, che a depredar, et abbrugiare le case nella loro partenza, si resero talmente preda dello spavento, che tutti ricorsero alla sommità dei monti, lasciando le loro spoglie, et beni nelle loro mani”.

Ma nessun luogo fu immune dal flagello, nemmeno le vallate impervie e le cime delle montagne: “I monti, lasciando da parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già s’era saputo che i lanzichenecchi vi s’arrampicavano come gatti, dove appena avessero indizio o speranza di far preda”.
La peste, che seguì la soldataglia, distrusse ogni risorsa rimasta sulle Alpi, e poi di lì passò a Milano, capitale del ducato, dove divenne ancora più terribile: Alessandro Manzoni, nel suo I promessi sposi descrive poi l’infuriare della malattia in città: “la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento. […] dopo la peste, si trovò la popolazione di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila”.

Silvia Tenderini

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LIN REGALO UN'OPERA SULLA ROCCA DI BAIEDO: <br>I PRIMI 8 CAPITOLI‘autrice [nella foto] si è laureata in Lettere all’Università degli Studi di Milano con una tesi di archeologia. E’ stata consulente del Museo Archeologico Giovio di Como, e per una decina d’anni ha partecipato a ricerche e scavi archeologici per conto delle Sovrintendenze Regionali del Nord Italia Ha fatto ricerche sulla frequentazione delle Alpi in epoche storiche, e sull’origine dell’ospitalità sui passi alpini; la passione per i viaggi l’ha portata ad organizzare itinerari archeologici in Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Da questa esperienza è nato Viaggio in Persia (ed. CDA&Vivalda, 2005). Attualmente  conduce ricerche di storia alto-medievale e ha collaborato, con le voci di storia, alla realizzazione di un Dizionario Enciclopedico delle Alpi, già pubblicato in Francia nel 2007 (ed. Glenat).

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