MENTRE LA GENTE MUORE, RESTANO APERTE AZIENDE ‘NON STRATEGICHE’



EDITORIALE – Un addetto ai lavori nostro amico, uno di quelli che si occupano proprio dell’emergenza in corso, ci diceva l’altro giorno che “ti rendi conto della gravità di questa cosa quando inizi a vedere gente che muore tra i tuoi conoscenti”.
Drammaticamente vero.

Magari nella cerchia di amici di certi industriali – non solo valsassinesi – titolari di fabbriche del tipo cosiddetto “non strategico”, mancano i primi morti da Coronavirus. O forse invece ci sono e malgrado questo i ‘padroni’ in questione se ne fregano e tirano dritto lo stesso. Badando al profitto prima che alla salute pubblica.

Editoriale anti-storico, anti-padronale, “comunista”?
No, parole sentite a loro volta da altri, persone a volte insospettabili ma incazzate quanto chi sta scrivendo.

Perché se è vero che a Milano circolano 300mila persone (TRECENTOMILA), chiamate al lavoro da imprese diverse appunto da quelle obbligate a rimanere aperte -in quanto essenziali o collegate direttamente alla sanità -, anche qui da noi nel lecchese e pure in Valsassina rimangono attive realtà che di rilevanti hanno solo gli interessi di chi fa utili (legittimi e necessari al buon andamento dell’intera società, di norma, un filino fuori luogo oggi in tempi di pandemia e di morte accanto a noi).

Va spiegato che tanti operai, concentrati in ambienti comunque chiusi e di dimensioni relative, rischiano il contagio e a loro volta di diventare potenziali portatori di ulteriori infezioni? Che non basta fargli mangiare un panino fuori dalla fabbrica e dirgli di cambiarsi in macchina e non al lavoro, per evitare rischi sproporzionati rispetto alla necessità di pochi di mettersi in tasca altri profitti – mentre i numeri della pandemia crescono e i decessi si contano a centinaia?

No. Non andrebbe spiegato. Ma è urgente dirlo, se un giornale ha il dovere prima che il diritto di interpretare quel che la gente (la gente che resta in vita) sente, coglie e trasmette fuori dagli spazi dell’informazione. Magari sottovoce, perché in certi contesti se il padrone ti sente sono guai. Gli stessi spazi dove i sindacati sono banditi o resi inefficaci e dove appunto ti resta solo la possibilità di sfogarti FUORI dal reparto. E senza la possibilità di urlare al mondo che ti senti a tua volta da schifo a stare al lavoro, rischiando tu e rendendoti pure pericoloso per gli altri, per la tua famiglia e chiunque incroci mentre vieni e vai dall’azienda.  

Lo sentiamo (con le orecchie), questo movimento e ci sentiamo (personalmente e socialmente) responsabili di ri-trasmetterlo. Assumendocene la responsabilità, in nome di chi non può firmarsi.

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Sandro Terrani
Direttore responsabile

 

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