IL DOMENICALE DI R.B./TORNANDO A CASA DALL’ORLO DEL PRECIPIZIO



 

Oggi mi sono ferito da solo,
Per vedere se ero ancora in grado di sentire,
Mi sono concentrato sul dolore,
la sola cosa reale,
l’ago fa un buco
la vecchia familiare puntura
che cerca di eliminare ogni cosa
ma io ricordo tutto.

(Hurt – Nine Inch Nails1994)

.
Chissà a quanti di voi piace viaggiare, uscire dall’abitudine, visitare posti nuovi (vicini o lontani fa lo stesso), conoscere altra gente, tradizioni e modi di vivere diversi.

E chissà a quanti di voi poi piace tornare a casa, prendere nuovamente posto sulla ruota che gira, respirare aria conosciuta, salutare l’amico e l’amica per poi riprendere a immaginare un’altra partenza, un altro luogo da cui, alla fine, fare ritorno.

Io quando sono via (tranne in un caso che forse un giorno vi racconterò) ho lo stesso obiettivo di quando lascio la riva e mi avventuro a nuoto in qualche acqua, dolce o salata non è importante); per chi non  ha letto il domenicale della settimana scorsa, l’obiettivo è tornare a rimettere i piedi sulla terra, semplice se sai nuotare, un po’ più complicato se, ed è il mio caso, agiti come una marionetta braccia e gambe in modo scomposto.

Però mi piace viaggiare e non solo con aerei, navi, treni, auto, moto e tutto ciò che si muove.

Mi piace viaggiare anche stando seduto e apro il libro.

Anzi, apro un libro e, dopo essermi ben accomodato e disteso, inizio a correre assieme alla vicenda che quelle pagine raccontano, vedo i personaggi, immagino i luoghi, cerco di capire il tono delle loro voci e quello che si portano dentro.

Così, per ogni ultima pagina che giro ho aumentato il numero di amici, di posti dove sono stato, di storie che ho imparato.

E chiudendo il libro torno a casa.

Un altro modo in cui mi piace viaggiare è ascoltando musica, ma questo lo avrete capito da un pezzo, visto che ogni domenica vi metto lì, all’inizio, la strofa di una canzone, spesso molto datata.

La poesia (c’è qualcuno lì fuori?) gode però di una meravigliosa eternità e resta nel tempo come il sole al centro del suo sistema, illuminando cuore e ragione, spingendosi oltre gli orizzonti della nostra immaginazione e costringendoci a pesare parole e pause, a capo e virgole.

E la musica, come la poesia, non può non farti correre nel tempo e nello spazio; è un concetto che ripeto spesso quando ho la fortuna di presentare il mio Carmina Mea o altri cori: mettetevi comodi, chiudete gli occhi, lasciatevi trasportare dal Cinquecento ai giorni nostri, da un Paese all’altro; lasciate correre la fantasia, non cercate di “capire” ma di “sentire”, sentire “dentro”, in profondità. Prendete le distanze dal quotidiano e fatevi cullare dall’oceano delle note perchè alla fine, non preoccupatevi, tornerete a casa.

E infatti, spentasi l’ultima nota, cessati gli applausi, finiti gli inchini e i bis, la luce della realtà si riaccende e torniamo a lasciare tracce nel nostro vivere di tutti i giorni.

Un terzo modo in cui mi piace viaggiare è forse il più semplice.

Vado alla Ventala, mi siedo sull’orlo del precipizio che guarda giù verso la Valle, e tocco con mano le cime vicine e lontane, i prati e i paesi, le strade e i sentieri, il cielo e le nuvole.

Seduto sull’orlo del precipizio chiudo gli occhi e ascolto il silenzio crescere d’intensità, una campana lontana, il ruggito di un aereo che abbandona la sua scia al volere del vento.

Seduto sull’orlo del precipizio rivedo la gente che ho conosciuto e che in questa vita non potrò più incontrare, cerco di ricordare le loro voci mentre i volti appaiono e scompaiono, accompagnando le evoluzioni della memoria.

Poi riprendo zaino e racchette, finisco il cioccolato, mi alzo dall’orlo del precipizio e, senza guardami alle spalle né salutare alcun fantasma, ridiscendo nella normalità e torno ad essere un R.B. qualsiasi nel mare dell’umanità circostante.

Non tutti, però, sono così.

Intendo che non tutti hanno la forza di tornare da un viaggio, preferendo abbandonarsi a curve pericolose, addentrandosi in vicoli ciechi e sordi ad ogni dolore, solo abbagliati dal miraggio di un ipotesi di paradiso e disposti, per questo, a cedere al miglior offerente la propria dignità.

Non esistono isole felici, e questo lo abbiamo imparato da molto tempo, dando colpe a destra e a sinistra, nascondendo spesso le cause e accettando per ignoranza le conseguenze; è comodo chiudere gli occhi, credere che siano faccende che riguardano gli altri, quegli “altri” che, chissà perché, non siamo mai noi; quegli “altri” che sembrano entità fantasma e invece, al contrario del mio eroe Jack Reacher (avete mai letto un libro di Lee Child?), sono persone vere che ci girano attorno.

Ricordate? Ho fatto il carabiniere e ne ho viste un po’ di tutti i colori sia pure in pochi mesi, compresa tanta gente che viaggiava con biglietti di sola andata verso cieli dove in principio c’era solo qualche nuvoletta bianca e poi erano invasi dai lampi del diluvio, incapaci di ritrovare la strada di casa.

Ora, capisco che non ho nessun titolo e alcuna competenza per trattare un tema così drammatico, dove lo svolgimento prevede la distruzione di sé stessi (e quasi sempre anche di qualcuno che sta intorno) tramite l’arricchimento di altri; ma vorrei passasse il messaggio che se conosciamo qualcuno che è sull’orlo di “quel”  precipizio bisognerebbe cercare di non lasciarlo solo, di non voltare lo sguardo dall’altra parte facendo finta di niente di fronte a un viaggio senza ritorno.

Ed aiutarlo a non finire fuori strada affrontando ad alta velocità, magari per disperazione, una curva pericolosa.

Buona domenica.

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In evidenza il quadro Ritorno a casa di Carmelo Valastro

 

 

 

 




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