STORIA E STORIE DELLA VALSASSINA: TRANQUILLO BARUFFALDI, UNA CAMICIA ROSSA DALLA VALLE AL SEGUITO DI GARIBALDI



Non molti oggi si ricorderebbero di un personaggio sicuramente fuori dal comune come Tranquillo Baruffaldi, se non fosse per il medaglione che campeggia sul muro accanto alla porta d’ingresso di quella che da tutti è conosciuta come Palazzo Manzoni, oggi sede del Comune di Barzio.

Un medaglione in bronzo realizzato dall’architetto Francesco Confalonieri, agli inizi del Novecento, in memoria di un grande garibaldino.

Ma chi era questo Tranquillo Baruffaldi (tutt’altro che tranquillo, a dispetto del nome)?

Di famiglia benestante proveniente da Cortabbio, come gran parte dei Baruffaldi i quali già nel catasto teresiano di metà del Settecento risultavano proprietari di diversi terreni a Cortabbio (in particolare Carlo Orazio figlio di Ubaldo) e probabilmente anche loro commerciavano con il ferro.

Il salto di qualità però lo fecero agli inizi dell’Ottocento, quando osarono comprare la casa della famiglia più potente e famosa fino allora in Valsassina, i Manzoni appunto, che ormai erano più orientati su Lecco e Milano.

Tranquillo nacque ivi nel 1839: la famiglia voleva che si dedicasse agli studi ecclesiastici, ma a soli diciannove anni fuggì dal Seminario di Milano dove studiava e si arruolò con altri due compagni nei Cacciatori delle Alpi, guidati da Garibaldi, partecipando, nel 1859, alla prima campagna militare, quella cioè che liberò dagli austriaci, nel corso della II Guerra di Indipendenza, il nord della Lombardia – Varese, Como, Lecco e Bergamo.

Arduino Francescucci presenta “I miei milleottantanove” a Oggiono nel 2011. Foto da qui

Le notizie su Baruffaldi sono riportate in un ottimo studio presentato nel 2010 da Arduino Francescucci e Vittorio Amore, ritenuti in Italia e all’estero due dei massimi esperti di storia garibaldina , intitolato “I miei milleottantanove” (i Garibaldini partiti da Quarto in realtà furono un poco più di mille).

Tornato poi brevemente prima a Milano e poi a Pavia per studiare Legge presso quella Università, dove in effetti qualche anno dopo si laureò, non resistette alla tentazione di reindossare ben presto la “camicia rossa” garibaldina. Il 5 maggio del 1860 anche lui era a Quarto per imbarcarsi sulle navi “Piemonte” e “Lombardo”, alla volta della Sicilia.

Fu una delle azioni più incredibili della storia militare italiana: “come fecero – si domandano giustamente nella prefazione i due autori – 1089 uomini, mal equipaggiati, armati ancor peggio, privi d’artiglieria, a costringere alla resa un esercito di oltre 20.000 uomini ben armati, appoggiato a buone fortezze, sostenuto da una flotta potente”?

Aggiungerei anche che erano bravi giovani volontari, pieni di entusiasmo ma privi di addestramento e cognizioni militari: il primo ministro Cavour, che per paura di conseguenze diplomatiche voleva tenere i Savoia assolutamente fuori dall’impresa, era convinto che avrebbero fatto la fine dei “Trecento” di Carlo Pisacane (tra l’altro uno dei primi socialisti italiani) e dei suoi volontari, sbarcati qualche anno prima sull’isola di Sapri e poi uccisi con i forconi dai contadini filo-borbonici (“Eran Trecento, eran giovani e forti e sono morti” , scrisse a loro memoria il poeta Luigi Mercantini).

Cavour fu perciò particolarmente avaro di armi con Garibaldi: tra le dotazioni fornitegli a Genova c’erano addirittura vecchi archibugi del Seicento. Garibaldi perciò fece una breve tappa a Talamona, dove i sostenitori toscani gli dettero fucili un po’ più decenti, e riprese poi il suo viaggio verso Marsala, scortato in alto mare da navi inglesi, i quali erano favorevoli alla nascita di un nuovo Stato italiano nel Mediterraneo per contrastare la potenza Francese.

Ad aiutare poi i Mille, una volta sbarcati e dimostrate le loro qualità combattenti a Calatafimi, arrivarono per fortuna i volontari siciliani comandati da Francesco Crispi (che qualche decennio dopo diventerà presidente del Consiglio), anch’essi in numero di circa 20.000.

Torniamo al nostro Baruffaldi che seguirà la campagna garibaldina fino all’ultimo, cioè fino al Volturno, quando Garibaldi consegnerà il Sud Italia al Re Vittorio Emanuele II.

Ferito a Palermo, volle continuare a combattere e a seguire la spedizione, riuscendo anche, nella battaglia di Reggio Calabria, sotto il comando di Nino Bixio, a tener testa con pochi compagni alle truppe borboniche. Fu così insignito della Medaglia al Valor Militare e promosso da Bixio sul campo tenente per merito di guerra.

Terminata la spedizione, e tornato a casa, nel 1862 subì un processo abbastanza assurdo: dopo la dichiarazione di guerra dell’esercito regio ai garibaldini, che scalpitavano per liberare subito Roma dal Papato, difeso però dai francesi, Baruffaldi fu dichiarato disertore dell’esercito regolare. Non aveva infatti prestato servizio con la leva del 1839, che era stata richiamata alle armi mentre lui, ignaro, stava combattendo in Sicilia.

Così fu degradato a soldato semplice, ma alla fine della guerra l’amnistia gli condonò la denuncia per diserzione. Una volta tornato alla vita civile, conseguì la laurea di Regio Notaro e fu nominato consigliere comunale e provinciale. I suoi atti notarili sono conservati presso l’Archivio di Stato di Como.

Federico Oriani, che al Baruffaldi ha dedicato alcune recenti ricerche, ne ricorda in particolare lo spirito fortemente anticlericale, piuttosto comune a quell’epoca presso i fautori del Risorgimento, che vedevano nella Chiesa un ostacolo all’Unità d’Italia (basti pensare al famoso “Inno a Satana” di Giosuè Carducci). Chissà cosa avrebbe pensato nel sapere che che la sua casa, un secolo dopo, verrà salvata dalla rovina dalla parrocchia, che la acquistò cedendola poi al Comune.

Baruffaldi morì a Barzio nel 1897, all’età di 58 anni.

Enrico Baroncelli
enbaronce@tim.it

 

 

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