Entrare in una RSA significa entrare in un luogo in cui il tempo assume significati differenti a seconda degli occhi che lo osservano.
È una realtà che vivo quotidianamente come direttrice e che, negli anni, mi ha portata a riflettere su quanto spesso le difficoltà, le incomprensioni e persino le aspettative nascano proprio da una diversa percezione del tempo.
Esiste il tempo dell’operatore.
È il tempo dei turni, delle consegne, delle attività da svolgere, delle procedure da rispettare. Un tempo scandito dagli orari e dagli impegni. Un tempo che spesso viene percepito come insufficiente, come una corsa continua verso il compito successivo.
Eppure, mi sono spesso interrogata su questa sensazione di fretta che accompagna il lavoro di cura.
Una fretta che non sempre corrisponde a una reale mancanza di tempo. Talvolta è una modalità mentale che ci accompagna da anni, perché la società in cui viviamo ci ha insegnato che essere produttivi significa essere veloci.
Ma la cura raramente ha bisogno di velocità.
La Cura ha bisogno di presenza.
Un anziano non misura la qualità di un’assistenza dal numero di azioni svolte in un’ora.
Spesso la misura da un gesto che si ferma qualche secondo in più, da uno sguardo, da una parola detta senza guardare l’orologio.
Poi c’è il tempo dell’Ospite. Un tempo che, soprattutto nei “grandi anziani”, cambia profondamente forma.
Viviamo in una società che considera il tempo come qualcosa da riempire. Ogni spazio vuoto sembra dover essere occupato da un’attività, da uno stimolo, da un evento.
Anche nelle RSA questo rischio è presente. Si pensa spesso che il benessere coincida con un’agenda piena di proposte e attività. Ma il tempo dell’anziano non sempre chiede di essere riempito. A volte chiede semplicemente di essere abitato.
Ci sono persone che hanno attraversato ottant’anni, novant’anni o addirittura un secolo di vita. Persone che hanno vissuto guerre, cambiamenti sociali, lutti, nascite, amori e separazioni. Persone che hanno imparato, spesso più di noi, il valore dell’attesa e della contemplazione.
Per loro il silenzio non è necessariamente un vuoto. Può essere uno spazio di memoria. Può essere un luogo interiore. Può essere semplicemente una forma diversa di presenza.

Esiste poi il tempo delle famiglie. Forse il più complesso di tutti.
Quando un familiare entra in RSA porta con sé il proprio vissuto, i propri sensi di colpa, le proprie paure, i propri desideri. Porta il ricordo di com’era il proprio caro e il dolore, talvolta difficile da accettare, di vederlo cambiare.
La visita dura magari trenta minuti o un’ora. Ma in quel tempo concentrato si condensano emozioni immense. Il familiare osserva. Confronta. Valuta. Talvolta vede il proprio caro seduto in silenzio e pensa che si annoi. Lo vede fermo e immagina che non stia vivendo abbastanza.
Vorrebbe riempire quel tempo di attività, conversazioni, stimoli, movimento.
È una reazione profondamente umana. Ma anche questa è una visione del tempo, non necessariamente quella dell’anziano, non necessariamente quella della persona che, in quella fase della vita, può trovare serenità in ritmi molto diversi da quelli che noi consideriamo desiderabili.
La RSA diventa così un luogo straordinario in cui convivono tempi differenti.
Il tempo organizzativo dell’operatore.
Il tempo esistenziale dell’Ospite.
Il tempo emotivo della famiglia.
Nessuno di questi tempi è sbagliato, ma nessuno può “pretendere” di essere l’unico.
Forse il vero compito di chi lavora nella Cura non è accelerare il tempo dell’anziano per adattarlo al nostro, né convincere le famiglie ad accettare passivamente una realtà che spesso fa soffrire.
Forse il nostro compito è costruire ponti tra queste diverse percezioni. Aiutare gli operatori a riscoprire il valore della presenza. Aiutare le famiglie a comprendere che il benessere non coincide sempre con il fare. Aiutare gli anziani a continuare ad abitare il proprio tempo con dignità e significato.
Perché una RSA non è soltanto un luogo di assistenza, è un luogo in cui tempi diversi si incontrano ogni giorno. E la qualità della Cura nasce anche dalla capacità di rispettarli tutti.
Veronica Bonicalzi
Direttrice di struttura
Rsa Casa Sant’Antonio
Barzio
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