LA LENTE. COMPETERE O SPARIRE: URGENTE CREARE L’ITIS DEL MADE IN ITALY

LECCO – Terza puntata de La lente di Ricciardelli, la nuova rubrica settimanale firmata da Valerio Ricciardelli, studioso ed esperto di istruzione tecnica e politiche formative. Ogni settimana il nostro columnist usa la sua lente per leggere dati e scenari, dalla riforma del 4+2 al PNRR, dal rischio di “manutenzione dell’esistente” alla fuga di competenze dei nostri diplomati migliori. La rubrica racconta come l’istruzione tecnica possa tornare leva strategica per l’economia e non semplice percorso “di serie B”. Ma non solo.

“Competere o Sparire” è il titolo del recentissimo libro di Mario Draghi edito da Rizzoli, che richiama il suo rapporto: “Il futuro della competitività europea” pubblicato nel settembre 2024, per evidenziare che il senso di urgenza del cambiamento radicale di cui ha assolutamente bisogno l’Europa e l’Italia si è ulteriormente acuito. Forse siamo ben oltre il tempo massimo.

Ad avviso di Draghi “stiamo infatti assistendo all’erosione delle fondamenta della nostra prosperità. Stiamo scivolando verso una maggior dipendenza e insicurezza, e offriamo il fianco a chi vorrebbe dividerci. Il vecchio ordine mondiale è andato in frantumi. Sul versante economico, l’Italia e l’Europa sono in ritardo nelle sfide tecnologiche e devono fare i conti con l’aggressività delle due vere superpotenze, gli Stati Uniti e la Cina. Oggi è il momento di impegnarsi affinché l’Europa si riappropri del futuro”.

Titolo e contenuti del saggio sottolineano ancora una volta, per coloro che dovrebbero progettare le politiche scolastiche del Paese, l’urgente priorità di dotarsi di un’istruzione tecnica quinquennale capace di affrontare le nuove sfide perché, oggi, costituisce ancora l’unica leva strategica a bassissimo costo per andare nelle direzioni indicate da Draghi.

E, tuttavia, per ragioni incomprensibili, essa non è stata oggetto di una riforma vera, ma solo di una irrilevante manutenzione dell’esistente, mentre la stessa, rappresentando senza dubbio l’indirizzo di studi più importante e strategico del nostro ordinamento scolastico, avrebbe avuto bisogno di un radicale ripensamento e di essere portata fuori “dal mondo di ieri” in cui è ancora radicata.  Se è vero, infatti, che il sistema industriale richiede tecnici capaci di gestire la nuova “governance operativa” delle imprese, tali profili evidentemente non possono che essere formati dagli istituti tecnici quinquennali.

Da questo punto di vista, le riflessioni di Draghi, se lette con attenzione, offrono ai riformatori non solo spunti interessanti, ma anche delle vere e proprie linee guida su cui sviluppare un nuovo modello di istruzione tecnica, oltre a ritrovare nelle stesse non pochi parallelismi con i vincoli interni che finora hanno ostacolato i cambiamenti nella scuola.

Uno di questi parallelismi con il mondo della scuola e, in particolare, con quanto accaduto con la “non riforma” dell’istruzione tecnica si rivela nel fatto che gli unici ad avere aperto un dibattito pubblico sugli impatti della stessa siano stati finora proprio gli operatori scolastici del settore, ma il paradosso è che le loro motivazioni, anziché stimolare e promuovere una nuova visione del loro settore scolastico sono tutte a   difesa dello status quo, il mantenimento dell’attuale quadro orario delle materie esistenti, quindi di fatto continuando a collocare gli istituti tecnici nel “mondo di ieri”.

Non vi è dubbio che una delle ragioni per cui si assume questa impostazione risieda nel fatto che il PNRR abbia previsto che la riforma fosse realizzata ad invarianza di risorse finanziare, il che significa a costo zero, ossia senza destinare nessuna quota parte dei consistenti investimenti allocati sulla Missione 4 – Istruzione e ricerca, un errore a mio avviso imperdonabile che mi ha portato a definirla appunto una “non riforma”.

Ecco perché, ho sostenuto, e continuo a ribadire, che il modo più appropriato per affrontare un ripensamento davvero rivoluzionario dell’istruzione tecnica sarebbe stata la convocazione, in funzione prodromica, degli Stati Generali, con il massimo coinvolgimento delle comunità scolastiche e di tutte le componenti attive della società. Ma siamo molto distanti da questa sensibilità, anche perché ormai incombe la fine della legislatura, e l’ordine è chiudere la “riforma” degli istituti tecnici quinquennali più in fretta possibile.

Ciò non significa, che pur vivendo con la paura del cambiamento, l’incapacità di affrontarlo e per giunta di doverlo fare anche senza risorse economiche, non si possa trovare nelle pieghe delle carte già scritte o in quelle che si dovranno completare, qualche nuova possibilità di tenere acceso l’ottimismo della speranza in luogo del realismo cui indurrebbe il pessimismo della ragione.

Il rafforzamento dell’autonomia scolastica unito al curricolo territoriale, inteso nel senso che ho indicato nell’ultimo articolo, offrirebbe ai riformatori un ottimo spunto per riportare al centro dell’attenzione la proposta, più volte da me auspicata, di istituire una rete di istituti tecnici del machinery del made in Italy incardinati nell’attuale indirizzo meccatronico. Molti riformatori, erroneamente, non conoscendo sufficientemente la materia, ritengono che un’ipotesi del genere sia più pertinente nel quadro dell’offerta degli ITS, invece è un gravissimo errore.

Non si tratterebbe dell’inutile liceo del made in Italy nato esclusivamente per ragioni ideologiche, bensì di una innovazione urgente, necessaria e coerente con i dati di realtà.

La nostra economia industriale è retta, infatti, da un sistema di piccole e medie imprese inserite in articolate filiere. Un settore sicuramente strategico, ma di cui non si sono mai colte fino in fondo le potenzialità di sviluppo; era quello che fino a poco tempo fa chiamavamo “meccanica strumentale”, intesa come il portfolio di apparecchiature, comprese le macchine di lavorazione e produzione, automatismi vari, sistemi e sottosistemi e linee produttive, costruite per una tipologia molto vasta di applicazioni in quasi tutti i settori produttivi, in particolare quelli dei generi di consumo.

Questo settore economico indirizzato prevalentemente all’esportazione, rappresenta la parte predominante del c.d. “made in Italy”, e riesce a competere nei mercati esteri reggendo molto bene il confronto con l’analogo settore del machinery tedesco, essendo la Germania il più grande esportatore di questi beni.

Gianfelice Rocca, Presidente del Gruppo Techint già anni fa, definì in un suo importante libro questo settore industriale assolutamente strategico per una nuova “rinascita italiana”. Lo chiamò il settore delle imprese medium tech che hanno bisogno di impiegare una forza lavoro con un livello di qualificazione “medio”, e oggi aggiungerei anche “medio alto”, ossia individui che sappiano fare bene alcune cose, ma che possiedano quel tipo di intelligenza adattativa tale da consentire loro di svolgere anche mansioni differenti da quelle attuali.

Queste caratteristiche hanno sempre distinto i tecnici italiani rispetto a quelli degli altri paesi europei, tanto da essere state denominate con un’espressione di sintesi “genio italico”, e che riafferma l’importanza e la ricchezza delle nostre professioni tecniche, ancora molto sconosciute, anche agli stessi riformatori.

Il medium tech, scriveva Rocca, corrisponde a quella parte del nostro settore produttivo che incontra la “domanda” all’estero: ma perché, si chiedeva Rocca, è importante cercare “serbatoi di domanda” nel mondo e perché lo sarà sempre di più nel futuro? Queste domande sono quanto mai attuali, soprattutto in presenza di una produzione industriale che da oltre tre anni continua ad essere asfittica, e della conseguente perdita di competitività delle nostre imprese, aggravata dalle sempre più numerose crisi industriali di carattere strutturale. Già Rocca diceva che le risposte vanno cercate non nell’analisi economica, ma nella demografia, volendo intendere che la domanda cresce dove cresce il mondo, ossia in quelle zone in cui la prospettiva di aumento della popolazione è un trend certo.

Di sicuro questa crescita demografica accadrà in Africa, nei suoi 54 Paesi, che avranno conseguentemente bisogno di una significativa industrializzazione della loro economia, ossia di costruire aziende che producano, prioritariamente beni di consumo, a partire da quelle alimentari, del beverage, del farmaco, dell’energia, del light manufacturing, del trattamento delle acque e via discorrendo.

In questa prospettiva, l’Italia, con il suo medium tech può giocare un ruolo importante, dispone già di un “portfolio di machinery” competitivo nel settore denominato OEM, acronimo di Original Equipment Manufacturer, che raggruppa i produttori di apparecchiature originali,settore industriale che rappresenta la punta di diamante del made in Italy, presente prevalentemente nelle 4 regioni del Nord Italia, Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto, a cui si potrebbero aggiungere anche le Marche e la Puglia. E proprio in queste 6 regioni dovrebbe nascere, con grande urgenza, la prima rete degli istituti tecnici del machinery del made in Italy.

Il portfolio di machinery, di cui si è scritto sopra, può da subito essere ben indirizzato al nuovo mercato dell’industrializzazione dei Paesi africani, solo se si presterà attenzione al modello di business che si usa in questi mercati, che non è quello che usiamo in Europa o negli Stati Uniti, ossia il “business to business” (B2B). In questi nuovi paesi, i rapporti economici sono assai più complessi, ma ragionevolmente gestibili se si posseggono le giuste competenze. Il modello di business più ricorrente è il “business to Government” (B2G), in tutte le sue articolazioni, dove i governi locali giocano un ruolo importante, perché per finanziare i relativi investimenti occorrono complesse operazioni economiche e finanziarie, che richiedono particolari è specifiche expertise, dunque nuove figure professionali. Paradossalmente, nel nostro Paese il deficit di competenze adeguate ad affrontare questi nuovi mercati, causato anche dal fatto che l’offerta scolastica, pure quella attuale, ignora l’esistenza delle professioni commerciali connesse alla vendita di beni industriali, viene colmato da parecchi decenni dalla presenza di  due specifiche organizzazioni pubbliche, SACE e SIMEST, che si occupano di tutti gli strumenti, anche finanziari, di business promotion del made in Italy, molto spesso non conosciute dagli operatori delle nostre piccole e medie imprese.

Infatti, i servizi di SACE, che sono proprio dedicati alle aziende che esportano, non solo creano occasioni di business matching con i buyer esteri attivi in Paesi ad alto potenziale per l’export italiano, funzionando da acceleratori di opportunità anche per le aziende del made in Italy, ma sono altresì essenziali per conoscere e saper utilizzare tutti gli strumenti nuovi di natura finanziaria che servono per operare in quei mercati. Si pensi, per esempio, agli strumenti del buyer credit, del supplier credit, del factoring, ecc.  I futuri tecnici che dovranno occuparsi del marketing e delle vendite dei nostri prodotti industriali avrebbero assoluto bisogno di acquisire tali conoscenze e competenze, ma gli istituti scolastici di settore continuano ad ignorare l’importanza di questa formazione, di cui non vi è traccia alcuna neppure nella riforma.

Questa lacuna, a mio avviso, dovrebbe essere urgentemente recuperata, dall’auspicato e quanto mai urgente istituto tecnico del machinery del made in Italy, da incardinare inizialmente nell’indirizzo meccatronico, che dovrebbe articolarsi in due sotto indirizzi: uno prettamente tecnico rivolto all’innovazione e ottimizzazione del portfolio prodotti, l’altro più  propriamente commerciale e finanziario curvato sul business matching con i nuovi buyer esteri con cui stanno già operando molto efficacemente i nostri più importanti e pericolosi competitor.

Ci sarebbe da aggiungere che allorquando ci sarà effettivamente l’operatività di  uno “Stato Stratega”, come per ora solo anticipato per via puramente teorica in un “inesistente” piano industriale, l’attivazione di una politica espansiva del machinery del made in Italy nei Paesi africani, con un intelligente supporto dell’istruzione tecnica ricostruita, potranno essere gli ingredienti principali per una conseguente intelligente politica estera commerciale, basata sulla cooperazione allo sviluppo e finalizzata a prevenire, modulare e anche valorizzare l’emigrazione economica, che per la crescita demografica prevista, non potrà certamente essere contenuta e repressa dalle inutili e miopi politiche di remigrazione.

Di ciò avevo già scritto nel mio libro e ampiamente argomentato in una relazione tenuta nella Conferenza degli esperti a Bruxelles organizzata dalla Fondazione Konrad Adenauer e dall’Ambasciata della Nigeria.

Valerio Ricciardelli

Perito elettronico e ingegnere elettronico, è Maestro del Lavoro ed esperto di istruzione tecnica e formazione professionale.
Ha maturato una lunga esperienza manageriale in un grande gruppo dell’automazione industriale, occupandosi di formazione avanzata per tecnici e Industrial Management. Autore del saggio “Ricostruire l’istruzione tecnica”, è oggi una delle voci più autorevoli sul rilancio del sistema tecnico come leva per competitività, occupazione e welfare. Collabora con media e istituzioni proponendo riforme strutturali dell’istruzione tecnica e denunciando il crescente mismatch tra scuola, economia reale e fabbisogno di tecnici specializzati.