LA LENTE. “DISSENTO CON LEI, MINISTRO, E LE FACCIO PROPOSTE COSTRUTTIVE”

LECCO – Sesta puntata de La lente di Ricciardelli, la nuova rubrica settimanale firmata da Valerio Ricciardelli, studioso ed esperto di istruzione tecnica e politiche formative. Ogni settimana il nostro columnist usa la sua lente per leggere dati e scenari, dalla riforma del 4+2 al PNRR, dal rischio di “manutenzione dell’esistente” alla fuga di competenze dei nostri diplomati migliori.

La rubrica racconta come l’istruzione tecnica possa tornare leva strategica per l’economia e non semplice percorso “di serie B”. Ma non solo.

Dissento con lei, Ministro Valditara, e le faccio delle proposte costruttive

Si è riaccesa in questi giorni l’attenzione verso quella che abbiamo definito, per molteplici ragioni, la “non riforma dell’istruzione tecnica quinquennale”, più volte commentata con l’intento di allargare gli orizzonti di un “dibattito tecnico”, pressoché inesistente. Lo stimolo lo hanno offerto due recenti occasioni, il confronto tenutosi al Ministero con i sindacati scuola e alcune dichiarazioni del Ministro alla stampa.

Il tavolo sindacale aveva ad oggetto le modifiche apportate dalla riforma ai quadri orari dei piani di studio e gli effetti sul personale docente titolare delle discipline coinvolte, in particolare il rischio potenziale di situazioni di esubero e, dunque, di perdita del posto. Nel più perfetto stile gattopardesco, l’accordo raggiunto sospende, in quello che avrebbe dovuto essere il suo primo anno di applicazione, la “non riforma”, che di fatto rimane per il momento congelata. 

Ne scrive il settimanale Tuttoscuola nella sua ultima newsletter, evidenziando, anche alla luce dei numeri ricavati dalle iscrizioni, che “la questione della riforma degli istituti quinquennali è cosa più profonda di un semplice scontro sulle ore di lezione, perché riguarda il futuro dell’istruzione tecnica e professionale, un segmento strategico per lo sviluppo del Paese che continua però a perdere attrattività”. Ancora, le elaborazioni numeriche mostrano un dato che non può lasciare indifferenti: in dieci anni i percorsi di istruzione tecnica e professionale (che hanno all’incirca 230-240 mila iscritti all’anno, contro i 10 mila della 4+2), hanno perso oltre 100 mila studenti con un crollo più accentuato nel Mezzogiorno, mentre i licei consolidano il loro primato. Ed è sempre Tuttoscuola, citando anche i miei contributi sul tema, a sottolineare che “siamo in presenza di un fenomeno che interroga insieme scuola, politica industriale e capacità del sistema educativo di offrire ai giovani prospettive credibili di formazione e di lavoro”.

A tale riguardo sarebbe anche fondamentale il punto di vista degli studenti, che rappresentano le nuove generazioni a cui la riforma dovrebbe prioritariamente rivolgersi. Ma per interrogare le categorie richiamate da Tuttoscuola occorreva attivare gli Stati Generali per coinvolgere in una consultazione pubblica tutte le possibili expertise, seguiti dalla redazione di un Libro bianco sull’istruzione tecnica e professionale. Con queste premesse si poteva giungere a un progetto di cambiamento reale e dotato di visione sistemica, come si addice ad un Paese che comunque rimane la seconda manifattura in Europa. E non solo per ragioni economiche, ma anche per la sostenibilità del nostro welfare e del sistema pensionistico, ormai sempre più alimentato dagli esigui contributi di lavoratori subordinati assunti con contratti in prevalenza precari. Proprio per questo al tavolo della riforma avrebbero dovuto sedere anche esperti di settore, guidati, perché no, da uno “strutturista”, ossia da un professionista nella costruzione di organizzazioni complesse, capace di stimolare, coordinare, assemblare i diversi apporti in un insieme virtuoso.

Invece, l’esito del confronto sindacale si traduce in un evidente paradosso. Di fronte all’indiscutibile ruolo che l’istruzione tecnica riveste quale leva strategica di crescita economica del Paese e di costruzione di prospettive di futuro attrattive per le nuove generazioni, capirete che progettare una riforma con tali alte finalità e che correlasse in modo funzionale tutte le diverse dimensioni coinvolte, avrebbe certamente avuto un impatto ben diverso dalla mera manutenzione dell’esistente, e avrebbe indiscutibilmente suscitato un dibattito più ampio e ricco, certamente non ridotto, come unica questione di fondo, alla problematica gestione degli organici e alla salvaguardia dello status quo dei docenti.

Chiariamo anche un altro aspetto, la riforma, come tutti gli interventi sulla scuola, si deve fare, innanzitutto, per gli studenti, che sono i giovani di oggi e, soprattutto, di domani, per costruire il loro futuro e divenire protagonisti delle loro scelte; è certamente necessaria per attrarli verso lo stimolante mondo delle professioni tecniche, che contrariamente alla percezione comune, sono a largo spettro di saperi, uniscono la formazione scientifica applicata a una  solida cultura umanistica, che ben coadiuva non solo le soft skills, ma fa anche emergere quelle capacità professionali di “ricerca operativa” che nel glossario delle competenze tecniche esprimono l’attitudine a saper innovare.

Si diceva che oltre al confronto sindacale, di recente anche il Ministro Valditara è intervenuto sugli organi di stampa rilasciando alcune dichiarazioni sul tema che ci occupa. Egli, commentando i primi passi della riforma c.d. del 4+2, ha sostenuto che: “le novità introdotte stanno infatti registrando il pieno sostegno delle associazioni datoriali, favorendo l’ingresso rapido dei giovani nel mondo produttivo”, evidenziando tuttavia che nonostante l’entusiasmo per le nuove dinamiche lavorative, resta un nodo sociale profondo da sciogliere, ossia il divario di percezione che frena lo sviluppo dell’istruzione tecnica in Italia, perché le famiglie faticano a riconoscere il potenziale di questi percorsi, influenzate da vecchie gerarchie di valore. Sempre il Ministro, nello stesso articolo pubblicato da “Orizzontescuola”, parla di un pregiudizio ormai consolidato nelle famiglie stesse, che le porta a ritenere l’istruzione tecnica un percorso di serie B. E ancora, nell’intento di chiarire meglio il concetto, ha richiamato la necessità di valorizzare ogni singola inclinazione degli studenti affermando che “Il liceo va benissimo, ma c’è anche l’istituto professionale, quindi non dobbiamo più distinguere, perché le intelligenze sono tante e sono tutte pari”.

Mi dispiace, signor Ministro, ma su questo, mio malgrado, devo esprimerle un totale dissenso, per ragioni sia di metodo che di merito, più volte chiarite nei miei articoli e, tuttavia, prima di argomentarle, voglio fin da ora dichiararmi disponibile, con spirito costruttivo, a discuterne in un confronto pubblico, con, se vuole, altri esperti e addetti ai lavori.

Lei Ministro ritiene che considerare l’istruzione tecnica un percorso scolastico di serie B e quella professionale di serie C, mentre i licei sarebbero di serie A, sia il frutto di un anacronistico pregiudizio. Eh no, sig. Ministro, non si tratta di un pregiudizio, bensì della realtà dei fatti sostenuta, come dirò meglio nel proseguo, da motivazioni oggettive, prima fra tutte la perdita di identità dell’istruzione tecnica. E, temo, come ho spiegato più volte, che in questo immaginario collettivo rischieranno di entrarvi anche i percorsi della filiera tecnico-professionale 4+2, che potrebbero essere quindi considerati di serie D, in quanto sembrano essere avvertiti solo come scorciatoia per ottenere con un anno di anticipo un diploma prima conseguibile in cinque anni, senza nessuna garanzia di prosecuzione negli ITS Accademy, anzi con l’alta probabilità che i diplomati al quadriennio si iscrivano nei più attrattivi e convenienti percorsi universitari triennali e professionalizzanti, lauree peraltro acquisibili anche on line.

Veda, sig. Ministro, tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Paese sono convinti che l’istruzione tecnica debba tornare ad essere un percorso di eccellenza del nostro ordinamento scolastico, in passato lo era anzitutto perché aveva una sua chiara e forte identità che gli conferiva rigore e serietà negli studi, tanto da essere stato considerato per lungo tempo più impegnativo dei licei.

Ma restituire alle scuole tecniche l’identità perduta è un’operazione che deve guardare al medio-lungo periodo, non può essere realizzata frettolosamente, perché richiede un’anamnesi molto approfondita delle criticità e dei motivi che nel tempo le hanno determinate, rendendole ormai patologiche, anamnesi propedeutica all’attivazione di un piano terapeutico strategico che contempli interventi di approccio sia immediato e reattivo sulle urgenze, sia di profilassi dunque di carattere proattivo che guardi a un orizzonte di prevenzione e cura più lungo. Insomma, ci si doveva avvalere di quelle tecniche che nella scienza dell’organizzazione costituiscono “l’approccio clinico allo studio dei sistemi complessi”. Ecco perché, insisto, il punto di partenza doveva essere la convocazione degli Stati Generali e la successiva stesura di un Libro Bianco sull’istruzione tecnica come base della definizione di tutti capitolati della riforma.

Chi, per esperienza diretta, conosce i settori dell’economia industriale e le professioni che ivi operano, e conseguentemente si è dovuto occupare anche dei sistemi formativi che costruiscono tali competenze tecniche, sa bene che le riforme intervenute negli scorsi decenni su questo fondamentale segmento dell’ordinamento scolastico,  tutte peraltro in deminutio dei quadri orari, dunque di impegno nello studio e disconnesse dalle evoluzioni delle realtà aziendali, sa bene cosa significhi e quali impatti produca la perdita di identità dell’istruzione tecnica, oggi ulteriormente aggravata dalla mancanza di una chiara politica industriale. Eppure, nonostante le tante difficoltà, essa continua a conservare un ruolo chiave quale istituzione primaria per guidare e accompagnare, in funzione proattiva e anticipatrice, le nuove generazioni negli apprendimenti teorici, pratici e comportamentali da acquisire per costruire le professionalità necessarie alla nuova Governance operativa del sistema Paese, rendendoli realmente protagonisti delle innovazioni future.  

La perdita di identità dell’istruzione tecnica, dunque, non è frutto di un immaginario collettivo  influenzato da pregiudizi, ma una delle concause oggettive della sua attuale debolezza, quella scuola che nel passato aveva formato una parte importante della classe dirigente e imprenditoriale del Paese (e non solo), oggi non è più percepita come tale dai nostri giovani che scelgono altri indirizzi di studio per il loro progetto di vita futura, e questo è il dato di fatto incontrovertibile.

Non solo, avere sostanzialmente sovrapposto la riforma del 4+2 a quella dei percorsi quinquennali, prevista dal PNRR, che, non dimentichiamolo, continuano ad accogliere la maggioranza assoluta degli studenti che scelgono l’indirizzo tecnico (all’incirca 160 mila iscritti all’anno contro i 10 mila della filiera quadriennale), ha ulteriormente relegato quest’ultima a un ruolo subalterno e quasi ancillare, determinando confusione e incertezza negli operatori scolastici. Ne è una riprova la stessa comunicazione istituzionale del Ministero che è tutta incentrata sulla valorizzazione della filiera quadriennale, oscurando palesemente, o comunque ponendola in secondo piano, l’altra riforma, che dovrebbe invece essere quella vera e necessaria.

Ma c’è un altro aspetto correlato a quanto appena osservato che contribuisce ulteriormente alla perdita di identità dell’istruzione tecnica. La comunicazione è per lo più autoreferenziale, non ci sono oltre alle parole enfatiche evidenze che consentano di misurare, anche solo in potenza (i primi diplomi ci saranno fra due anni) ma con analisi strutturate di dati, come ad es. la S.W.O.T. Analisys, comunemente utilizzata per la valutazione ex ante di un progetto, le probabilità di successo dell’iniziativa (ad es., quanti effettivamente frequenteranno i due anni di ITS, quanti li porteranno realmente a temine, quanti sceglieranno invece percorsi di laurea triennale, oppure quanti si cimenteranno direttamente con il lavoro, ecc.).

Inoltre, sul versante dell’accountability, che dovrebbe essere sempre applicata anche quando si tratta di riforme scolastiche per monitorare e misurarne gli effetti, e conseguentemente intervenire con misure di correzione laddove occorresse, molto interessante sarebbe utilizzare il criterio del c.d. Return on Qualification (ROQ), che consentirebbe di calcolare gli effetti prodotti dall’intervento di riforma nelle sue differenti dimensioni.

Lei, sig. Ministro, cita spesso nelle sue dichiarazioni il “pieno sostegno delle associazioni datoriali” alla riforma del 4+2. Ebbene, anche questo andrebbe misurato ed espresso con parametri oggettivi, riferendolo alla qualità degli apprendimenti, ai fattori caratterizzanti gli sbocchi occupazionali e all’employability dei giovani diplomati, che però ci saranno tra due anni. Questi ultimi parametri, come ho scritto nel precedente articolo, andrebbero attentamente monitorati anche con riferimento agli esiti occupazionali degli ITS, verificando rigorosamente quali sbocchi sono effettivamente contrattualizzati in forma di lavoro subordinato a tempo indeterminato. 

Inoltre, sempre in dissenso rispetto al tema del pregiudizio quale fattore condizionante le scelte degli studenti, aggiungo un altro dato di realtà. Il CENSIS, nel 58° Rapporto sullo stato del Paese, nel capitolo dedicato all’analisi dei dati ufficiali sull’istruzione ha definito, provocatoriamente, la scuola italiana “la fabbrica degli ignoranti”, in ragione del fatto che una percentuale elevata di studenti, il 40% (quasi uno su due), al termine della scuola media, non raggiunge gli obiettivi di apprendimento e i livelli di competenza minimi previsti per quel grado di istruzione. Osservando quello che di norma realmente accade nelle realtà scolastiche, gli studenti più performanti vengono indirizzati verso i licei, quelli meno preformanti, a seconda del livello di difficoltà registrato, rispettivamente verso gli istituti tecnici, gli istituti professionali, ovvero la formazione professionale regionale nei casi più critici, in quanto percorsi considerati meno impegnativi e a minor rischio di insuccesso scolastico. Lo stesso scarto tra livelli di competenza attesi e quelli effettivamente posseduti è presente anche al termine del quinquennio della scuola secondaria di secondo grado, con un’evidenza piuttosto critica per i diplomati degli istituti professionali, l’80% dei quali (circa 60 – 70 mila studenti), nonostante abbia conseguito il diploma, non ha una preparazione adeguata.

Se questi sono i dati di realtà, viene difficile convenire con quanto da Lei dichiarato, ossia che “Il liceo va benissimo, ma c’è anche l’istituto professionale, quindi non dobbiamo più distinguere, perché le intelligenze sono tante e sono tutte pari”, perché è evidente la distanza tra i due percorsi sul piano della qualità degli apprendimenti.

Lungi da me pensare che la formazione professionale nei suoi vari segmenti, statale e regionale, e aggiungerei anche nella forma dell’addestramento non siano altrettanto necessarie e attrattive nei loro sbocchi occupazionali. Basti pensare al mondo dei mestieri artigiani, anche solo a quelli che gravitano nel settore industriale, che oltre alla dimensione professionale richiedono quella imprenditiva. Anche l’addestramento professionale ha una sua valenza specifica come risposta reattiva a un bisogno di prestazioni prettamente operative necessarie e utili, ma certamente non alla domanda di conoscenze e competenze di altro spessore tecnico. Un sistema di eccellenza della formazione tecnica e professionale deve tenere insieme con approccio sistemico tutte le componenti, ma in esso il ruolo dell’istruzione tecnica quinquennale nella costruzione della governance operativa del Paese, su una scala di responsabilità e professionalità più ampie, con visione proattiva, è, e deve restare, centrale. Gli ordini di grandezza e le riflessioni che devono conseguire sono diversi per ciascuna componente del sistema, di norma la loro rappresentazione è affidata alle società della conoscenza, che hanno già descritto, rappresentato, modellizzato il sistema economico e sociale con tutte le sue trasformazioni aziendali, anche quelle in divenire. Anche gli sviluppatori, portatori e gestori della conoscenza, che operano in quella che viene chiamata “informal education”, sarebbe utile coinvolgere nel tavolo della riforma per acquisire il loro prezioso contributo.

Mi rendo conto di quanto questo tema, strategico per il futuro del Paese, sia complesso, ma al contempo devo anche prendere atto che non vi sono le condizioni reali per attivare un intervento che dia luogo a un serio ed effettivo progetto di cambiamento. Basti pensare che alla riforma dell’istruzione tecnica quinquennale, nonostante sia stata inserita tra gli obiettivi del PNRR, non è stata assegnata alcuna quota dell’ingente investimento ivi previsto (circa 17 miliardi) per l’innovazione del sistema educativo. Si è, dunque, proceduto con la consueta e incomprensibile clausola di invarianza finanziaria.

In tale contesto, se si vuole intervenire operativamente almeno su quegli aspetti che si possono ancora migliorare, bisogna allora ricorrere ad un approccio bottom up, cercando anzitutto di potenziare l’offerta formativa attuale, senza farsi condizionare dai quadri orari, a partire dalla più importante e prioritaria, che riguarda l’istruzione tecnica quinquennale. Lo si deve fare in modo trasparente, non servono operazioni di marketing e mistificazioni della realtà, serve invece una campagna di comunicazione che spieghi all’opinione pubblica, alle famiglie, agli stessi operatori della scuola quanto sia importante per il Paese la nostra economia industriale e quanto sia necessario per la scuola saperla descrivere, rappresentare e modellizzare applicando metodi rigorosi e utilizzando le giuste grammatiche. Le professioni tecniche, tutte anche quelle artigianali, sono quelle di cui abbiamo bisogno per sostenere la nostra crescita, devono essere ben conosciute, in primis dalle scuole ed essere attrattive, oggi non lo sono, ma non, come ho cercato di spiegare, a causa di un pregiudizio. Ecco perché dobbiamo partire dalla costruzione di una offerta formativa coerente e generatrice di valore, che ancora manca.

Per fare un esempio concreto, nell’attuale ordinamento dell’istruzione tecnica, anche dopo la riforma, manca un indirizzo di studi che prepari gli studenti ai processi di marketing, vendita e post-vendita di beni industriali, che rappresentano oggi un asse importante della nostra economia. Figure di sales engineer, technical sales, sales support, technical support, sono richiestissime dal mondo delle imprese. Non dimentichiamoci, infatti, che la prima riga del conto economico di ogni azienda, la più importante, riguarda i ricavi; quindi, le vendite e che nel settore industriale i processi che generano maggiore valore sono proprio quelli non produttivi.

Dunque, partendo dal basso e con la giusta visione si può costruire una istruzione tecnica non orientata solo ai bisogni immediati delle nostre aziende, ma anche allo sviluppo dell’employability dei nostri giovani, certamente non con politiche contrattuali di precariato, aspetto che viene trascurato non tenendo conto del fenomeno, sempre in aumento, della loro emigrazione verso l’estero, un depauperamento del capitale intellettuale  del nostro Paese che, calcolato sul PIL, produce annualmente un danno di ben 16 miliardi di euro. Si tratta di un numero di giovani diplomati e laureati che oggi si aggira intorno a parecchie decine di migliaia di unità, ben superiore alla somma degli iscritti alla 4+2 e agli ITS Academy.  Un’emorragia che, in modo indiretto, rappresenta il più pericoloso competitor del nostro sistema scolastico ed anche di quello economico, con conseguenze che poi si ripercuotono sul sistema sociale.

Concludo con un’altra necessità, che ho più volte segnalato, la creazione di un istituto tecnico del machinery del made in Italy, con  due sotto indirizzi, tecnico ed economico, incardinati in quello meccatronico, che per effetto dei tagli agli organici, sta perdendo gran parte della sua attrattività. Emblematico quanto accaduto in uno dei più prestigiosi istituti di Milano, ossia in Lombardia punta di diamante dell’industria della meccatronica, che per effetto delle bocciature degli studenti iscritti al primo biennio, ha rischiato di non attivare il conseguente triennio con evidenti danni anche dal punto di vista dell’immagine.

Si potrebbe nel frattempo iniziare a scrivere l’indice del libro bianco.

Valerio Ricciardelli

Perito elettronico e ingegnere elettronico, è Maestro del Lavoro ed esperto di istruzione tecnica e formazione professionale.
Ha maturato una lunga esperienza manageriale in un grande gruppo dell’automazione industriale, occupandosi di formazione avanzata per tecnici e Industrial Management. Autore del saggio “Ricostruire l’istruzione tecnica”, è oggi una delle voci più autorevoli sul rilancio del sistema tecnico come leva per competitività, occupazione e welfare. Collabora con media e istituzioni proponendo riforme strutturali dell’istruzione tecnica e denunciando il crescente mismatch tra scuola, economia reale e fabbisogno di tecnici specializzati.