LA LENTE. IL FENOMENO EMIGRATORIO DEI GIOVANI È UN’EMERGENZA NAZIONALE

LECCO – Quinta puntata de La lente di Ricciardelli, la nuova rubrica settimanale firmata da Valerio Ricciardelli, studioso ed esperto di istruzione tecnica e politiche formative. Ogni settimana il nostro columnist usa la sua lente per leggere dati e scenari, dalla riforma del 4+2 al PNRR, dal rischio di “manutenzione dell’esistente” alla fuga di competenze dei nostri diplomati migliori. La rubrica racconta come l’istruzione tecnica possa tornare leva strategica per l’economia e non semplice percorso “di serie B”. Ma non solo.

Più volte nei mei scritti ho posto all’attenzione dei responsabili delle riforme o “non riforme” dell’istruzione tecnica, come risulti sottostimato il tema della nuova emigrazione dei giovani italiani, fenomeno in aumento crescente, presentandola come una vera e propria emergenza nazionale, con gravi effetti sul Paese sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista economico.

L’ho fatto, innanzitutto, evidenziando che al tavolo della riforma dell’istruzione tecnica, oggi verosimilmente l’unica leva strategica a basso costo che si dovrebbe attivare con grande urgenza  per innescare una crescita immediata e sostenibile del Paese, mancavano i “terapeuti” più importanti, a partire dagli esperti che dovendosi occupare del futuro del Paese e quindi dei nostri giovani, avrebbero dovuto rendersi conto che la nuova emigrazione giovanile, in forte crescita, non è solo un male passeggero da ignorare, ma è soprattutto, come ben scritto in una recente ricerca del CNEL, “un sintomo importante e pericoloso, essendo la manifestazione di un problema più ampio, ovvero il ritardo accumulato dall’Italia nel confronto degli altri Paesi avanzati europei. O meglio, i ritardi in vari ambiti a partire dal livello e dalla dinamica del reddito pro capite, e quindi delle contrattualizzazioni e retribuzioni che possono essere offerte ai giovani e del loro impatto sul welfare”, e aggiungo io, sul sistema previdenziale, l’anello più debole della catena per la tenuta dell’intero sistema economico e sociale.

Detto in modo più esplicito, non si può fare una riforma dell’istruzione tecnica solo con i responsabili delle aziende bisognosi di nuove competenze e di nuovi tecnici, senza aver definito quali tipologie contrattuali e salariali il mercato del lavoro è in grado di offrire ai nostri giovani, e quanto siano attrattive e funzionali a costruire un loro positivo futuro.

I tanti ritardi elencati puntualmente dal CNEL, cambiano la prospettiva di futuro per i giovani costretti a lasciare il Paese in una percentuale sempre più crescente. Affrontare la questione della scarsa attrattività del Paese per i giovani- scrive il CNEL- sia che decidano di lasciare l’Italia sia che la scartino (in quanto stranieri) come meta di vita, significa in realtà prendere di petto l’arretratezza del sistema Paese nel suo insieme per migliorare il benessere di tutta la sua popolazione.

Pertanto, l’emigrazione è l’effetto di carenze ampie che sono all’origine di un malessere più esteso, e in risposta ad esse le giovani generazioni “se ne vanno dall’Italia” o come scrive il CNEL in modo più incisivo, reagiscono “votando con i piedi”, ossia trasferendosi altrove, dove le condizioni di vita sono ritenute migliori, le opportunità di lavoro e di carriera maggiori.

Il fenomeno è certamente una emergenza nazionale, con moltissime conseguenze, aggravato da una sottostima nel dibattito pubblico e politico e completamente trascurato da chi si è occupato finora di riforme scolastiche.

Invece, con un approccio olistico molto efficace, pochi giorni fa la trasmissione televisiva Presa Diretta ha stigmatizzato questa disattenzione generale ed evidenziato che solo pochi giovani pensano di migliorare la loro condizione di vita rimanendo in Italia. Lo ha fatto mettendo in fila, con importanti testimonianze, l’insostenibilità del nostro sistema previdenziale – che avrà sempre più bisogno di ricorrere alla fiscalità generale per erogare le pensioni -, il calo demografico e l’inizio della deindustrializzazione nelle aree di crisi del Paese, con la conseguente estensione dei contratti di lavoro precari in settori economici sempre più estesi e quindi, la grave riduzione della contribuzione previdenziale che produrrà effetti negativi sia nel breve che nel medio/lungo termine, perché chi è precario come molti dei nostri giovani difficilmente, se in futuro riuscirà a conseguirla, potrà disporre di una pensione dignitosa. Insomma, la trasmissione televisiva ha fatto emergere con chiarezza, da un lato, che molti nostri giovani emigrano in altri paesi europei in quanto accolti da prospettive di lavoro per loro più interessanti, e dall’altro lato, che questo processo migratorio non solo impoverisce sempre più il capitale umano del nostro Paese, ma determinerà un emorragia di conoscenze e di competenze indispensabili all’industria manufatturiera e al buon funzionamento dei servizi, pregiudicando il futuro della nostra economia e il mantenimento del nostro welfare.

Il tema del precariato, che è la contrattualizzazione più ricorrente offerta oggi ai nostri giovani, l’ho sollevato più volte, a partire dagli approfondimenti degli sbocchi occupazionali dei percorsi di istruzione terziaria degli ITS Accademy, che andrebbero più attentamente analizzati. Dal monitoraggio 2025 di INDIRE, l’ente di ricerca che supporta il Ministero dell’Istruzione e del Merito, sui percorsi iniziati nel 2023, che hanno diplomato 8600 allievi, di cui 6700 hanno trovato “occupazione coerente” dopo 12 mesi, avevo rilevato e posto all’attenzione di chi se ne doveva occupare, che i contratti di lavoro a tempo indeterminato e quindi non precari, sottoscritti con i diplomati, erano solo il 34% del totale, una percentuale molto bassa, e occorrerebbe conoscere quanti di questi sono di lavoro subordinato e quanti di lavoro autonomo con partita IVA. Inoltre, il riscontro occupazionale fatto solo dopo 12 mesi dalla fine del corso rappresenta un intervallo di tempo eccessivo che fa sospettare che il tempo lungo per il placement sia da attribuire anche all’inadeguatezza del percorso formativo rispetto le richieste di competenze avanzate dal mercato del lavoro. Fatte salve le solite eccezioni.

In effetti, a me sembra esservi una contraddizione in termini tra il sostenere che la nostra economia avrebbe urgente bisogno di tecnici con alte competenze (ed è vero) e poi compiere la verifica di quanti diplomati in uscita dai percorsi ITS risultino occupati a distanza di 12 mesi dalla conclusione della formazione. Delle due l’una, o i percorsi non sono coerenti con la domanda del mercato del lavoro, oppure se lo fossero si dovrebbe riscontrare una piena occupazione immediatamente dopo l’acquisizione del diploma e con un’alta percentuale di contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Così non è.

Nel successivo monitoraggio, del 2026, relativo ai percorsi iniziati nel 2024, non ho, invece, riscontrato traccia alcuna della tipologia contrattuale dei rispettivi sbocchi occupazionali.

Più volte ho richiamato all’attenzione degli addetti ai lavori, la necessità di una attenta explicatio terminorum, intendendo con essa la padronanza e l’utilizzo delle terminologie corrette per esplicitare il significato dei concetti che si vogliono sviluppare. Ad esempio, la locuzione “occupazione coerente” non indica solo la coerenza con il corso frequentato, ma deve tener conto anche di altri variabili che concorrono a definirne il concetto. In altre parole, la coerenza deve essere misurata, con indicatori quantitativi, anche rispetto al raggiungimento o meno degli obiettivi strategici assegnati all’ istruzione  terziaria professionalizzante, a partire dalla qualità degli sbocchi occupazionali, sicuramente maggiore, e dunque più coerente nel senso appena indicato, se questi ultimi si caratterizzano per un’alta percentuale di contratti a tempo indeterminato stipulati e se  ai diplomati sono proposte attraenti prospettive di crescita professionale. Riprendendo quanto riportavo più sopra, si tratta delle condizioni che oggi sono offerte dai Paesi europei ospitanti ai nostri giovani che proprio per tale ragione decidono di emigrare. Ecco perché ritengo, provocatoriamente, che il fenomeno migratorio sempre più in aumento delle nuove generazioni, sia di fatto il primo competitor del sistema degli ITS Accademy.

Questo è il problema fondamentale che neanche i riformatori dell’istruzione tecnica hanno affrontato, dimenticando che la funzione principale dello Stato, quando deve pianificare una politica scolastica, non è solo quella di attendere ai bisogni delle imprese, bensì, e prioritariamente, di orientare le scelte all’employability delle giovani generazioni.

Purtroppo, al tavolo delle riforme scolastiche, sempre intendendo quello relativo all’istruzione tecnica, sembrerebbe che al centro degli interventi non siano stati posti i giovani, che sono il futuro del Paese, ma l’dea di una semplice manutenzione dell’esistente (per giunta, con riguardo all’istruzione tecnica quinquennale, ad invarianza finanziaria), ponendo l’attenzione soprattutto alla necessità di non sconvolgere i quadri orari per non creare criticità alla gestione del personale docente.

Dei giovani e di rafforzare l’attrattività   dell’Italia rispetto ad altri paesi, per prevenire e contrastare il fenomeno migratorio, ne ha parlato invece il CNEL in un Rapporto ben fatto, prodotto da bravi e competenti esperti, pieno di verità anche molto scomode. Nessuno però l’ha citato e utilizzato per indirizzare le politiche del Paese. Riporto alcuni passi con qualche informazione aggiuntiva.

Nell’introduzione del Rapporto CNEL, il Presidente scrive:

“Si parla tanto dei giovani, ma con loro si parla ancora troppo poco.

I giovani sono il futuro incarnato nell’oggi. Dei loro sogni, delle loro passioni, del loro modo di concepire il mondo, della loro apertura mentale, della loro energia e della loro voglia di sperimentare sono fatti i fili che compongono la trama e l’ordito dell’arazzo in cui è rappresentata la vita che verrà.

Dai giovani, quindi, dipende come sarà il futuro di tutti noi. Allora, occorre avere molta cura dei giovani, trattarli bene, nel senso di coinvolgerli, dare loro opportunità, responsabilità, autonomia decisionale, fiducia.

L’Italia lo fa? La risposta è sconsolatamente negativa. Lo dicono i dati sul tasso di occupazione e sulla percentuale di NEET (che includono i disoccupati), lo dicono le tante indagini demoscopiche, come quelle dell’Istituto Toniolo. Lo dice, soprattutto, la nuova ondata di emigrazione che è partita nel 2011, nel pieno della crisi dei debiti sovrani, e ha acquisito consistenza sempre maggiore, con una crescente quota di laureati, ossia il vertice del capitale umano, la punta di diamante e, tornando alla metafora dell’arazzo, i fili d’oro e d’argento che brillano nel tessuto e lo rendono, allo stesso tempo, luminoso e cangiante.

Per tutte queste ragioni, il CNEL ha deciso di occuparsi dell’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati e di elaborare questo Rapporto”.

Il documento successivamente analizza molto bene i flussi migratori giovanili intraeuropei, mettendo in luce la carenza di attrattività dell’Italia come luogo di lavoro e di vita. Infatti, nonostante la nostra rilevante economia, nella classifica dell’attrattività giovanile, l’Italia occupa l’ultima posizione, che significa che per ogni cittadino giovane degli altri Paesi avanzati che decide di trasferirsi in Italia, nove giovani italiani emigrano verso quegli stessi Paesi.

Nel biennio 2023-2024 hanno lasciato l’Italia ben 134 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Le destinazioni preferite sono in prevalenza europee con in testa la Germania che ha accolto il 14% degli espatriati. Da un punto di vista territoriale invece, le partenze riguardano prevalentemente le regioni del Nord Italia da cui negli ultimi due anni sono partiti circa 68 mila giovani. Da un lato l’Italia continua a perdere una parte significativa del proprio capitale umano, dall’altro la mobilità internazionale dei giovani può essere interpretata solo in parte come una “fuga”, osservando invece che questo esodo riflette anche l’aspirazione legittima dei giovani a cercare esperienze formative e professionali in contesti che sappiano costruire e garantire il loro futuro, cosa che il mercato del lavoro italiano non è in grado di offrire. Questo secondo aspetto evidenzia che i giovani che emigrano hanno già un loro progetto di vita ed una predisposizione a costruirsi il loro futuro mettendosi in gioco. Perdiamo la componente giovanile a più alta intraprendenza.

È anche da osservare che uno degli aspetti caratterizzanti di questa ondata emigratoria dei nostri giovani è che una parte molto rilevante delle uscite interessa le regioni settentrionali, che hanno un reddito più elevato e offrono maggiori opportunità lavorative, mentre in passato si partiva soprattutto dalle regioni povere, in prevalenza meridionali.

In valore assoluto, il costo per il nostro Paese di questa emorragia migratoria è stato stimato per l’anno 2024 in 16 miliardi di euro, di capitale umano perso. Al primo posto per perdita è la Lombardia, con oltre tre miliardi, seguita dal Veneto con 1,6 miliardi, dalla Sicilia e dalla Campania con 1,3. In termini percentuali del PIL l’uscita dei giovani è pari a quasi un punto percentuale.

Sempre nel Rapporto del CNEL è scritto che:

“Le sfide di questo secolo, quello in cui sono nati e cresciuti i membri della generazione Z, si vincono con la promozione di una piena partecipazione dei giovani nella società e nel mercato del lavoro. Il capitale umano delle nuove generazioni è elemento centrale per lo sviluppo economico e sociale. I Paesi che meno si impegneranno con politiche adeguate in tale direzione si troveranno con una riduzione del rinnovo qualificato della forza lavoro, poca capacità attrattiva, bassa sostenibilità del sistema sociale, forte esposizione al rischio di povertà in età anziana”.

Quest’ultima considerazione sembrerebbe, purtroppo, lo scenario più probabile per il nostro Paese.

Per poi aggiungere:

“I Paesi più avanzati concorrono sempre di più per attrarre i talenti migliori, il cui valore rappresenta uno degli elementi chiave della crescita e dello sviluppo di un territorio.

L’analisi proposta in questo Rapporto ha confermato e ulteriormente evidenziato il paradosso dell’Italia: meno giovani e meno laureati rispetto al resto d’Europa, un saldo negativo più marcato tra entrate e uscite, e una maggiore percezione della scarsa attrattività del proprio Paese”.

E concludere che l’approccio per intervenire sull’emigrazione giovanile deve essere olistico, non solo per i campi di intervento ma anche e non meno per i soggetti chiamati ad agire, intesi le amministrazioni centrale e locali, le imprese, le università, i sindacati, sottolineando che è necessaria un’azione congiunta di tutto il sistema Paese.

Verrebbe da osservare che in molteplici occasioni ho scritto che sarebbero serviti gli Stati Generali dell’Istruzione Tecnica, proprio per coinvolgere tutto il sistema Paese, ma non si è fatto nulla.

Forse sarebbe il caso che della riforma della istruzione tecnica se ne occupasse il CNEL o che almeno i suoi esperti fossero seduti in quel tavolo.

 

Valerio Ricciardelli

Perito elettronico e ingegnere elettronico, è Maestro del Lavoro ed esperto di istruzione tecnica e formazione professionale.
Ha maturato una lunga esperienza manageriale in un grande gruppo dell’automazione industriale, occupandosi di formazione avanzata per tecnici e Industrial Management. Autore del saggio “Ricostruire l’istruzione tecnica”, è oggi una delle voci più autorevoli sul rilancio del sistema tecnico come leva per competitività, occupazione e welfare. Collabora con media e istituzioni proponendo riforme strutturali dell’istruzione tecnica e denunciando il crescente mismatch tra scuola, economia reale e fabbisogno di tecnici specializzati.