DON STEFANO COMMENTA IL VANGELO DELLA DOMENICA DEI SANTI INNOCENTI

Poteva bastare qualche guizzo di immaginazione per arricchire il racconto evangelico della nascita di Gesù di alcuni particolari che ci avrebbero aiutato a considerare il farsi carne di Dio come una scelta seria e impegnativa di condivisione della nostra vita. Sarebbe bastato poco per andare oltre l’immagine di un bambinello sempre sorridente, oppure beatamente addormentato circondato da affetto, stupore, ammirazione, cercato e onorato da tutti.  Bastava immaginare i disagi del parto in un luogo dove solitamente trovavano rifugio e cibo gli animali, i pianti del bambino Gesù, il contrasto da comprendere tra gli annunci della nascita di Gesù e quello che stava accadendo sotto gli occhi di Maria e Giuseppe (il figlio dell’Altissimo in situazioni cosi umili, povere, disagiate). Sarebbe facilmente emerso anche per noi il lato duro, drammatico, faticoso del farsi uomo di Dio.

Ma nel racconto del Natale c’è molto di più. C’è da parte di alcuni uomini verso Gesù rifiuto, ostilità, cattiveria e inspiegabile odio. Maria, Giuseppe e il bambino sono costretti a fuggire in Egitto per sottrarsi alla furia omicida di Erode. Il Natale è tinto di sangue innocente. La santa famiglia ha vissuto il dramma di essere in fuga avendo dietro le spalle la morte. In Gesù Dio non si è fatto solo uomo ma “carne”, uomo debole, fragile, vulnerabile, ha condiviso veramente tutto di noi, anche tutto ciò che minaccia la vita stessa.

Il vangelo ci dice che Gesù ha anche avuto a che fare con l’espressione peggiore del male e del dolore che riguarda la vita dell’uomo: il dolore innocente, realtà misteriosa, di fronte alla quale spesso le parole non servono, a volte irritano. E’ il male che sembra onnipotente, invincibile e ti fa sentire, piccolo, impotente, inutile. Gesù è sopravvissuto all’odio di Erode ma lo ha conosciuto bene, nel profondo. Nella sua vita cercherà di farsi vicino a tutti coloro che lo sperimentano nella loro carne, lo condividerà e se lo porterà sulle spalle e nel cuore, nel silenzio della preghiera. Credo che abbia condiviso con molti la fatica della fede e della speranza e del trasformare il dolore e lo smarrimento di fronte ad esso in scelte di amore. Alla fine della sua vita tra noi, lo sperimenterà davvero completamente nella sua stessa carne morendo da innocente.

Il vangelo ci dice che Gesù è sopravvissuto alla strage dei bimbi di Betlemme e dintorni. È sopravvissuto alla morte.

È interessante provare a immergersi nella esperienza di un sopravvissuto. Come sta, cosa pensa? Cosa pensa di se stesso? Che risposta si dà alla domanda “perché a me no”? cosa pensa di Dio? A Gesù non sono state risparmiate queste domande.

Un sopravvissuto corre il rischio di sentirsi in colpa, di essere avvolto dal rimorso anche se colpa non ne ha.

Gesù e quello che di lui si dice nei vangeli ci aiutano a scoprire ciò che positivamente un sopravvissuto può vivere: si sente graziato, salvato e “in debito”, non riesce a considerare la vita come suo possesso, ne percepisce la gratuità, il miracolo. La vive come un dono che ogni giorno si schiude e lascia che anche altri ne attingano a piene mani. Ragiona così: come posso stringere a me, come posso egoisticamente possedere ciò che evidentemente mi è stato donato?

La vita ricevuta e salvata diventa positivamente dono per tutti.

Gesù in ogni attimo della sua vita sa che la vita gli è donata e non può far altro che renderne partecipi anche altri, soprattutto coloro che la vivono costantemente sotto la minaccia del male.

Credo che queste siano considerazioni molto importanti per molti di noi. Cosa abbiamo fatto per essere nati in questa parte del mondo, in una situazione di vita dove non sperimentiamo in ogni attimo il pericolo che ci venga tolta? Possiamo anche noi, di fatto, avere tanti pensieri e sentimenti che abitano mente e cuore di un “sopravvissuto”. Non ci dedichiamo molto a questa verità. Dovremmo invece farlo spesso e imparare da Gesù a fare in modo che quello che ci è dato di vivere non sia considerato solo una fortuna per cui ringraziare ma una responsabilità da vivere con impegno e dedizione. La responsabilità di considerare la vita come un dono che non può essere trattenuto ma generosamente donato, soprattutto a chi vive sofferenza, dolore, morte.

Don Stefano Colombo
Casa Paolo VI – Concenedo