IL PICCOLO AHMAD COMMUOVE IL CINEFORUM. PER INSEGNARGLI A CAMMINARE IL PAPÀ SI IMPROVVISÒ MARINAIO



PASTURO – Quante lacrime al cinforum di Pasturo! Sullo schermo il docufilmMa quando arriva la mamma?”, un racconto vero con protagonisti reali, seppur quasi una favola, con un parziale happy end. Alla fine della proiezione, tra occhi umidi e voci rotte, “Sono esseri umani” era il commento che rimbalzava di bocca in bocca tra le persone in uscita dal cinema Bruno Colombo.

Stranamente nessuna voce dissidente, nessun “Sì, però…

La capacità del registra Stefano Ferrari di “Rivelare in trasparenza, in maniera invisibile, i sentimenti e le emozioni”, come ha evidenziato Gino Buscaglia (animatore da 50 anni del cineforum di Pasturo, nonché direttore artistico emerito del Festival del Cinema di Bellinzona), ha fugato i sentimenti ostili di fronte alla semplicità e chiarezza dei fatti documentati in presa diretta.

“Ma quando arriva la mamma?” è la storia sorprendente di un bimbo paraplegico dalla nascita, separato dalla madre ad appena due anni per compiere il viaggio della speranza lungo i canali dell’immigrazione clandestina dal Kurdistan iracheno. Ma pure uno sguardo su alcune donne svizzere pacatamente combattive. Il regista inizia a filmare quando una ottima storia d’integrazione arriva sull’orlo del precipizio.

L’intelligentissimo piccolo Ahmad trasforma in determinazione e in abbraccio verso gli altri le sue sofferenze e la propria menomazione. Dietro a lui una grande madre che a distanza lo sostiene. E un padre che si fa carico di diventare padre/madre per traghettare fuori dal dolore fisico questo indomito bambino. Un babbo eroe che all’improvviso dovrà pure mettersi al timone di un gommone, senza saperlo guidare.

Il film, registrato tra la Svizzera italiana e la Germania, racconta schiettamente di persone straordinarie e di piccoli gesti che poi fanno grandi le storie.

Tutto nasce dall’incontro della figlioletta del registra con Ahmad ai giardinetti del loro paese, Giubiasco in Ticino. Per i bambini piccoli, si sa, le differenze non esistono. Quel piccolo che corre a gattoni sulle braccia è un ottimo amico di giochi. Ciò è quanto basta.

Ma la madre, compagna del regista, vede tutto il resto. Decide di ‘adottare’ i due fratelli. Altrettanto si appresta a fare la comunità del paese, quasi un quartiere di Bellinzona. Un po’ come Ballabio rispetto a Lecco.

In un anno e mezzo l’integrazione è assoluta anche all’asilo e a scuola. I due fratellini imparano perfettamente l’italiano. Ahmad, poi, ne fa quasi una lingua madre.

Purtroppo in tutte le favole c’è ‘l’orco’, il cattivo determinato a distruggere i buoni. Ha la faccia della burocrazia, senza cuore e senz’anima. La famigliola viene espulsa verso la Germania secondo le regole del Trattato di Dublino.

Niente può la comunità compatta di Giubiasco e i medici che avevano iniziato il percorso di cura per Ahmad, con la certezza di poterlo mettere in piedi a camminare. È piccolo, si è ancora in tempo ma bisogna fare in fretta, perché poi le finestre sulla speranza vengono chiuse dalla crescita.

Sta lottando contro la schiena bifida, malformazione causa di sofferenze insopportabili in età adulta. Per fortuna, l’Occidente, grazie alla somministrazione di acido folico alle gestanti, ha cancellato la terribile evenienza. Ahmad, però, è venuto al mondo nell’Irak devastato da guerre e instabilità politica. Peggio. Nasce nella comunità curda, popolazione da decenni bastonata e perseguitata da iracheni, turchi e siriani. Insomma un predeterminato dall’avidità dell’uomo.

Il viaggio iniziato con la famiglia compatta, subisce il primo colpo quando finiscono i soldi in Turchia. Niente, l’unica via possibile è dividersi: Ahmad, due anni appena, prosegue verso l’Europa con un fratellino – maggiore di qualche anno – e il padre. La madre, il primogenito e una sorella tornano indietro in Irak.

Il piccolo, dopo il percorso Germania-Svizzera-Germania, finisce in un centro tedesco di accoglienza immigrati, posto anonimo e isolato. Niente scuola per lui e il fratello, né cure. Ma le ticinesi, tra cui Simona presente alla proiezione di Pasturo, non ci stanno. Non abbandonano quelli che considerano ormai parte della loro comunità. Nasce l’associazione ‘Mamme per Ahmad, mentre le insegnanti mantengono vivo il legame tra compagni di scuola, sia alla materna sia alla primaria.

Dalla Svizzera giungono ad Angela Merkel lettere per ottenere il ricongiungimento familiare. Nel frattempo le madri dell’associazione individuano un centro riabilitativo in Germania,  che decide di operare il piccolo iracheno. Tra Giubiasco e Bellinzona vengono, quindi, raccolte più di 4ooo firme a sostegno della presenza della madre di Ahmad almeno per il tempo della degenza e della convalescenza. Senza risultato. I due restano separati.
Seguiranno cure difficilissime a cui il bimbo si sottopone con disciplina, verso la fine del film rivelerà di aver sopportato tutto per la madre, per renderla felice.

Una vittoria intanto viene finalmente raggiunta: i ragazzini possono finalmente tornare a scuola. Certo, c’è da imparare il bene tedesco.
Contemporaneamente da Berlino un’altra mamma originaria di Giubiasco scrive e si muove nei rivoli delle norme e della burocrazia teutonica, fino a che l’agognato ricongiungimento avviene.

Sono trascorsi più di 5 anni. Il piccolo non nasconde il suo timore: “Ormai mi sono abituato senza di lei”, riflette come un adulto.

Fa impressione perché la capacità analitica sembra innata, la si vede lungo gli anni della registrazione del film.

Attualmente l’impegno delle famiglie ticinesi ha un altro obiettivo, lo rivela Simona. Trovare e affittare un appartamento in città, per evitare alla famiglia irachena l’isolamento del centro immigrazione. Vogliono riportare le lancette indietro verso una collocazione integrata anche in Germania, come era successo in Svizzera.

Terminato il film ecco la videotelefonata ai protagonisti, Ahmad dorme. La platea chiede di non svegliarlo. Allora è Falamaz, il fratello oggi calciatore promettente, che dribblando alcune amnesie linguistiche aggiorna in italiano la loro situazione, con immensa riconoscenza per tutti coloro che li hanno aiutati.

Infine l’aneddoto. Piccolo ma spiazzante: “Quando in Turchia siamo arrivati sulla spiaggia per prendere il gommone verso la Grecia -ricorda il giovane- il pilota vedendo il mare mosso si è spaventato, ritirandosi”.

Sembrava la fine di un sogno, ma tra i profughi lì riuniti c’era un padre con un bambino privo dell’uso delle gambe. Da camionista sapeva percorrere le strade impolverate, l’acqua era tutt’altra cosa. Però una speranza superiore nel cuore sa trasformare in supereroi. Si è fatto spiegare il funzionamento del gommone, poi tutti a bordo tra i marosi. La determinazione nella testa lo ha tenuto sulla rotta giusta pur non avendo mai navigato. All’arrivo in Grecia, i clandestini sono tutti intorno a questo papà con un figlio paraplegico in braccio: “Gli dicevano bravo e ringraziavano Dio per averli guidati verso la salvezza…”.

La platea di Pasturo ormai è tutta con questa magica famiglia e con le donne di Giubiasco. In fin dei conti siamo ‘Esseri umani’. Capaci di nefandezze oppure di fantastici miracoli. Basta scegliere.

 

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