BINDO, L’ULTIMO DEPORTATO VALSASSINESE VIVENTE FA 97 ANNI E VERRÀ PREMIATO A LECCO: LE SUE PAROLE, GRANDI INSEGNAMENTI



CORTENOVA – Che emozione, quando la Storia te la trovi davanti, vivente. Quando un signore di quasi cento anni te la mette in scena con facilità, rigorosamente in dialetto (di Cortenova – anzi proprio di Bindo a voler essere precisi), per come l’ha vista e vissuta in prima persona lui.

Alessandro Ambrosini è nato il 6 gennaio del lontano 1923 e dunque lunedì ha compiuto la bella età di 97 anni.

Quando ne aveva appena otto, ha lasciato la scuola per intraprendere il mestiere del papà: quello del carbonaio – famiglia originaria di Moltrasio ma trapiantata in Valsassina.

Poco dopo l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale Alessandro deve essre arruolato e l’8 settembre del 1943 mentre si trova a Como dove fa la guardia in carcere fugge e come si dice “si sbanda“.

Rientra in Valle e si nasconde, ma nella famosa e drammatica retata del ’44 viene catturato e successivamente deportato in Germania, come tanti – troppi italiani.

“Scesero dal Cainallo, erano giovani anche loro, quelli delle brigate nere che mi presero – ci racconta Ambrosini nella sua casa della ‘nuova Bindo‘, circondato da parenti e alla presenza di alcuni ragazzi che VN ha invitato a conoscerlo -. Quando mi hanno portato via ho trascorso 15 giorni senza mangiare nulla. Ad avere vent’anni si tremava… A vent’anni la fame è fame….”.

Ambrosini trascorre in prigionia undici lunghi mesi, di stenti paure e privazioni nel quartiere berlinese di Neukölln. Dal novembre del 1944 all’ottobre dell’anno successivo lotta per resistere e ci riesce – diversamente da tanti altri che non ce la fanno.

Ogni giorno è una guerra, ogni giorno qualcuno muore – per la fame o perchè viene ucciso. “Andavamo a prendere l’acqua all’unico rubinetto una volta per uno, in quattro. Perché si rischiava la pelle ad andare lì a riempire la gavetta con l’acqua”.

Risultati immagini per gavetta militareLa gavetta. Ambrosini si affeziona a quella scodella, che custodirà gelosamente anche dopo la fine della guerra e che spunterà – incredibilmente – tra le macerie della frana di Bindo che tanti anni dopo gli distruggerà la casa.

“Giravamo con la gavetta in mano, quasi sperando che qualcuno ci mettesse qualcosa dentro. Un pezzo di pane era una festa. E intanto i tedeschi ci dicevano italiani scheisse (italiani merde, ndr)”.

Insomma, quasi un anno in Germania, in condizioni terribili e lontano da casa. Alessandro viene liberato verso la fine del 1945, quando “i russi aprono le porte e fanno uscire tutti”.

Quei russi che – racconta con lucidità il testimone valsassinese – avevano tante armi da fuoco quante “forche”. Sì, proprio forconi, portati dal loro paese perché, giura Ambrosini “loro erano bene equipaggiati, ma non tutti erano armati come si immaginerebbe in una guerra come quella”.

Il rientro in Itaia è una autentica odissea, fra tratti in treno “senza soldi, ma si viaggiava”, tanto cammino a piedi come ad esempio da Bellano a Parlasco e infine a Cortenova per chiudere un ritorno infinito. Che però non coincide con la sua definitiva “rabilitazione”: in quei tempi così convulsi, tra fascisti che si trasformavano troppo facilmente in resistenti e tanti processi (a volte sommari), anche un caso limpido come quello del valsassinese comporta un lungo iter per il riconoscimento della sua condizione di uomo libero e “pulito”.

Servono quattro testimoni, la firma del sindaco di allora (Vitale Ciresa) e molto, molto tempo, per ufficializzare lo status dell’ex internato Ambrosini. Una brutta avventura conclusa dopo fin troppo dolore. Il nostro reduce ne ha viste così tante che a distanza di oltre 70 anni, quasi sorride considerando i “patimenti” del giorno d’oggi.

“Ora si lamentano se non hanno la macchina, allora ci si lamentava per salvare o meno la pelle, mica la macchina…”.

Torniamo a oggi: nei prossimi giorni, probabilmente il 27 gennaio in occasione della Giornata della Memoria, Alessandro Ambrosini verrà premiato con la Medaglia d’Onore del Presidente della Repubblica.

Insieme a lui i familiari di 34 fra deportati e internati lecchesi della Seconda guerra mondiale, ben 29 dei quali valsassinesi.

Ma l’ultimo a poter ritirare l’onorificenza direttamente è proprio lui, quel carbonaio di Cortenova anzi di Bindo che ha attraversato due secoli facendo la storia in prima persona.

E potendola raccontare ancora.

Sandro Terrani
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Si ringrazia:
Augusto Giuseppe Amanti per l’organizzazione del servizio, Petra per i video dell’incontro e la famiglia Ambrosini per la splendida ospitalità

 




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