PRO E CONTRO IL BIOGAS CONSORTILE: SPAZIO ALL’ASSOCIAZIONE ENERGIE AGROFORESTALI



Di oggi invece un contributo di segno opposto, fattoci pervenire dall’Associazione Italiana Energie Agroforestali (AIEL) che argomenta a favore di quei progetti e specifica come "Ad una nostra proposta di contraddittorio, ragionato, tecnico, trasparente,da svolgere in Valsassina davanti alla popolazione locale e agli allevatori interessati, il Prof. Corti non ha mai dato risposta".

Ecco la lettera con le tesi dell’associazione di categoria (sotto, il link all’articolo che l’ha motivata):

Gentile Direttore,

lo scorso 28 ottobre AIEL – Associazione Italiana Energie Agroforestali, su
iniziativa della Comunità Montana della Valsassina, ha presentato uno studio
di fattibilità tecnico-economica relativo a un impianto di biogas consortile
di piccola/media taglia (200¸250 kWe) che potrebbe essere realizzato presso
Barzio.

In Valsassina sono presenti diversi allevamenti di vacche da latte e qualche
allevamento da carne di piccola dimensione. Sono realtà che devono
affrontare costi di produzione crescenti, non compensati da un’adeguata
remunerazione delle specifiche produzioni montane.

L’impianto consortile di biogas funzionerebbe esclusivamente con effluenti
di allevamento prodotti in loco, eventualmente integrabili con limitatissime
quantità di sottoprodotti di origine vegetale (es. crusche, spezzato di
mais). Tale impianto permetterebbe di integrare il reddito derivante dalla
produzione di latte e carne, evitando la chiusura delle stalle. Ciò
avverrebbe migliorandone nel contempo i parametri energetici e ambientali.
Maggior benessere per gli operatori e per gli animali all’interno delle
strutture di stabulazione, riduzione delle emissioni di gas climalteranti
e/o inquinanti verso l’ambiente esterno, gestione più corretta degli
effluenti, sia nella fase di stoccaggio, sia in quella di utilizzazione nei
terreni agricoli.

Ai dati preliminari dello studio di fattibilità presentati lo scorso 28
ottobre, è seguita una presa di posizione estremamente critica da parte di
Michele Corti, una personalità importante nel panorama politico e accademico
Italiano. Michele Corti è stato infatti assessore all’Agricoltura della
Regione Lombardia nel periodo 1994-1995 ed è stato chiamato, a partire dal
1993, a ricoprire la carica di professore associato presso la Facoltà di
Agraria dell’Università di Milano.

Ad una nostra proposta di contraddittorio, ragionato, tecnico, trasparente,
da svolgere in Valsassina davanti alla popolazione locale e agli allevatori
interessati, il Prof. Corti non ha mai dato risposta.

La presente lettera nasce quindi da un sentimento di leggero disappunto e
perplessità. Leggero disappunto per la mancata partecipazione del Prof.
Corti ad un dialogo che immaginavamo costruttivo e interessante per noi e
per gli eventuali uditori. Perplessità per alcune delle tesi sostenute dal
Prof. Corti e che non siamo riusciti a fugare, stante la sua mancata volontà
ad un confronto tecnico di merito.

Affermare che “gli allevatori che già dipendono da chi ritira il latte e
fornisce i mangimi dovranno anche vincolarsi con la fornitura di merda” non
tiene conto che l’intento dello studio di fattibilità era ed è esattamente
il contrario, cioè verificare la possibilità che anche da tale sottoprodotto
gli allevatori possano ottenere una minima integrazione del loro reddito,
derivante dalla produzione e vendita di latte. Non un vincolo, ma
un’opportunità, quindi.

Ancora: “ma la Valsassina è montagna vera. Non si fanno le trincee di
insilato e si fa anche pascolo e alpeggio”. Chi ha mai affermato il
contrario? Nell’eventuale impianto di biogas consortile non si utilizzerebbe
neppure un solo chilogrammo di insilato di mais e quindi nessuna trincea da
insilato è stata ipotizzata. Non solo. Sempre il medesimo studio ha
considerato e ha inteso mantenere inalterata l’antica e tradizionale pratica
dell’alpeggio. Per questo motivo i quantitativi di effluenti sono stati
ridotti tenendo conto dei mesi di monticazione degli animali nelle malghe di
alta quota.

“A parte ogni altro impatto nessuno si chiede se i digestati del biogas
siano idonei nel contesto di un sistema come quello valsassinese basato su
prati stabili e pascoli? […] Ma cosa serve una botta di ammoniaca ai prati
stabili, che non hanno punte di fabbisogno di nutrizione azotata se non a
causare inquinamento degli acquiferi?”. Certo, ne abbiamo tenuto conto,
ipotizzando stoccaggi con volumetria opportuna e idonee coperture, analisi
specifiche per proporre un’utilizzazione agronomica corretta del digestato
chiarificato sui prati stabili, basandoci su esperienze nelle zone
appenniniche dell’Emilia Romagna e nell’Alto Adige.

Ancora: “[…] nella Lombardia beceramente industrialista si arriva a
sostenere che – visto che conferendo il latte alle centrali e agli
industriali l’allevatore di montagna guadagna poco bisogna darli la
possibilità di produrre energia elettrica sussidiata […] Pensare di calare
in montagna il modello biogas improntato alla pura ricerca della quantità
(di merda in questo caso) è puramente demenziale (se non ci fossero dietro
interessi spregiudicati). Più merda, più elettricità più soldi (per chi è
ancora tutto da chiarire perché in questi casi agli allevatori che cadono
nel tranello arrivano le briciole)”. Anche qui, ovunque il latte venga
venduto (centrali o industriali o piccolo caseifici locali), gli animali
producono comunque effluenti, o “merda”, per usare le parole dello stesso
Prof. Corti. Sorprende molto che il prof. Corti, tra l’altro docente
universitario del Corso di Zootecnia Montana, sembri dimenticare questo
piccolo particolare. E quindi, dato che gli animali comunque producono
effluenti, perché non pensare di sfruttare questo sottoprodotto, dopo avere
cercato di valorizzare il vero prodotto che è il latte o la carne prodotti
dalle piccole stalle di montagna della Valsassina? Non è vero che la
valorizzazione del latte di montagna (da remunerare ad un prezzo che tenga
conto dell’elevata sostenibilità ambientale e socio-economica di tali
allevamenti e dei maggiori costi di produzione che essi devono
affrontare),così come una possibile remunerazione derivante dai servizi di
mantenimento della montagna, per lo sfalcio dei prati, per il mantenimento
del paesaggio e della biodiversità, possa configgere con un’ulteriore
integrazione del reddito derivante dalla produzione di energia elettrica
prodotta utilizzando gli effluenti in un impianto di biogas. Questa sarebbe
una voce di ricavo IN PIU’ da sommare alle precedenti, che dovrebbero essere
riconosciute agli allevamenti di montagna indipendentemente dalla
valorizzazione degli effluenti in un possibile impianto consortile di
biogas. Inoltre, il prof. Corti si chiede a chi vadano i soldi derivanti da
un eventuale impianti di biogas. Nella presentazione dello studio di
fattibilità si è discusso del modello consortile, si è valutato in che modo
possano essere ripartiti gli utili. Noi l’abbiamo fatto, proponendo
strumenti operativi affinché gli allevatori possano ricavare il massimo da
tale forma di investimento.

Il Prof. Corti sostiene che: “La Valsassina è un concentrato di tradizioni
casearie di rilievo mondiale. "Ma anche a Bolzano fanno il biogas". Prima di
tutto non fanno impianti consortili mega ma piccoli (lì sul serio) impianti
aziendali dove il guadagno – giusto o meno che sia tutto l’ambaradan del
biogas – resta in tasca al titolare dell’azienda agricola”. Forse su questo
punto il professore non è del tutto informato. Anche in Alto Adige, a fianco
di piccoli impianti aziendali, esistono sette impianti consortili, alcuni di
taglia notevolmente più grande rispetto a quello consortile ipotizzato a
misura delle piccole stalle della Valsassina (200¸250 kWe). Esempi? Campo
Tures, impianto consortile da 1 MWe, San Lorenzo, sempre impianto consortile
da 1 MWe. Per un sempre utile aggiornamento, rimandiamo il Prof. Corti al
sito della Provincia Autonoma di Bolzano, Ripartizione Agricoltura
(http://www.provincia.bz.it/agricoltura/temi/biogas.asp?), ove, a quanto
pare, non sembrano fare battaglie di religione, ma operano concretamente per
sostenere le attività dei loro agricoltori e dell’intera popolazione locale.

Sempre il prof. Corti sostiene che: “Quando parliamo di Valsassina parliamo
del top mondiale della cultura casearia (i vecchi
0Corti%20Storia/I%20bergamini%20e%20la%20transumanza%20bovina%20lombarda.pdf

    bergamini si rivolteranno nella tomba a sentir parlare che si vuole fare

reddito con la merda e non lavorando il latte). Qui è nata l’industria
casearia italiana, qui (insieme alla Val Taleggio) nascono gli

Cordiali saluti
Marco Mezzadri

Referente Biogas/Biometano e Biomasse Zootecniche
AIEL – Associazione Italiana Energie AgroForestali / Italian Agriforestry
Energy Association / Verein für land- und forstwirtschaftliche Energie
Italien

 

L’INTERVENTO DI MICHELE CORTI CHE HA SUSCITATO LA RISPOSTA DELL’AIEL

 

 




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