NELL’ULTIMA CLAMOROSA INTERVISTA DEL PAPA ANCHE IL BARZIESE DON TANTARDINI



L’intervista pubblicata dal quotidiano romano (on line qui) è entrata a suo modo nella storia proprio per quel passaggio dedicato a cattolicesimo e comunismo: "Io dico solo che i comunisti ci hanno derubato la bandiera. La bandiera dei poveri è cristiana. La povertà è al centro del Vangelo. I poveri sono al centro del Vangelo. Prendiamo Matteo 25, il protocollo sul quale noi saremo giudicati: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ignudo. Oppure guardiamo le Beatitudini, altra bandiera. I comunisti dicono che tutto questo è comunista. Sì, come no, venti secoli dopo. Allora quando parlano si potrebbe dire loro: ma voi siete cristiani".

Ma nel lungo dialogo tra Papa Bergoglio e la giornalista Franca Giansoldati ci sono (come sempre accade quando Francesco parla con la stampa e non solo) un fiume di riferimenti, dotti e popolari, legati o meno alla religione. Tra questi, un passaggio che in qualche modo riguarda proprio la Valsassina – in particolare Barzio, paese di cui era originario don Giacomo Tantardini. La cronista chiede a Francesco dei suoi rapporti con la capitale e lui risponde: "Ma lo sa che io Roma non la conosco? Pensi che la Cappella Sistina l’ho vista per la prima volta quando ho preso parte al conclave che elesse Benedetto XVI (2005 ndr). Non sono nemmeno mai stato ai musei. Il fatto è che da cardinale non venivo spesso. Conosco Santa Maria Maggiore perché ci andavo sempre. E poi San Lorenzo fuori le mura dove sono andato per delle cresime quando c’era don Giacomo Tantardini".

Ennesima conferma dei buoni rapporti tra chi oggi è pontefice e il sacerdote barziese "trapiantato" a Roma, tra i massimi cultori al mondo di Sant’Agostino scomparso prematuramente due anni fa. L’attuale Santo Padre (allora cardinale) aveva redatto la prefazione di uno scritto di Tantardini con alcune sue riflessioni sulla fede e i dubbi che a volte la lambiscono.

Riportiamo di seguito uno stralcio da un intervento di Jorge Maria Bergoglio pubblicato poco dopo la scomparsa di don Giacomo sulla rivista mensile "30 giorni nella Chiesa e nel mondo", che riproponiamo in questa stessa pagina.

"Don Giacomo, un uomo sorpreso che, mentre guardava il Signore che lo chiamava, continuamente si chiedeva, quasi non riuscisse a crederci, come il Matteo del Caravaggio: io, Signore? Un uomo stupito di fronte a questa indescrivibile «sovrabbondanza» della grazia che vince sull’abbondanza meschina del peccato, di quel peccato che ci sminuisce, sempre; un uomo stupito che si è sentito cercato, atteso e amato dal Signore molto prima che fosse lui a cercarlo, ad attenderlo e ad amarlo; un uomo stupito che, come quelli del lago di Tiberiade, non osava chiedergli chi fosse perché sapeva bene che era il Signore.

E quest’uomo stupito si è lasciato, più di una volta, interrogare: «Mi ami?», per rispondere con la semplicità ardente dell’amore: «Signore, tu lo sai che ti amo». Ed era così perché quest’uomo-bambino nutriva il suo amore con la semplice ma sapienziale prontezza della contemplazione di tutta quella Grazia che lo superava.

Don Giacomo era così. Non aveva perduto la capacità di sorprendersi; rifletteva a partire da quello stupore che riceveva e alimentava nella preghiera. A volte, dava l’impressione che questa sensibilità lo provasse, lo stancasse o lo rendesse irrequieto, e questo non è raro in un uomo dal temperamento umano forte, sul quale la Grazia non ha cessato di lavorare nella sua conversione alla mansuetudine.

L’ultima immagine che ho di lui mi commuove: durante la cerimonia delle cresime a San Lorenzo fuori le Mura, con le mani giunte, gli occhi aperti e stupiti, sorridente e serio allo stesso tempo. Lì, pregammo per la sua salute… e lui ringraziò con un gesto che era di speranza di guarire e, allo stesso tempo, di affidamento. Così, per grazia, si può perseverare nel cammino, fino alla fine: l’uomo-bambino si abbandona fra le braccia di Gesù mentre chiede che passi questo calice, e viene preso e portato in braccio, con le mani giunte e gli occhi aperti. Lasciandosi sorprendere ancora una volta, per il dono più grande.

Ringrazio Dio nostro Signore di averlo conosciuto. È rivolto anche a me quel «considerate l’esito della sua vita e imitatene la fede» della Lettera agli Ebrei.

Buenos Aires, 6 maggio 2012

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