EDITORIALE/DISPERSA LA CURA COLLETTIVA DEI NOSTRI PADRI, NE FANNO LE SPESE LE GENERAZIONI DI MEZZO



VALSASSINA – Un piccolo episodio, ma un grande segnale. Partiamo da un fatto di cronaca, senza volerci entrare, che racconta di un giorno di normale uscita di scuola e della straordinarietà di un paese nel profondo e ricco nord d’Italia con più di 4mila abitanti, privo di una propria scuola media davanti casa, per ragazzi non ancora in età da allontanarsi per chilometri da soli.

Tre bambini, lasciate le elementari appena qualche mese fa prima dell’estate, si ritrovano all’improvviso davanti a problemi “da grandi”. Poiché gli adulti non sono in grado d’impostare un servizio pubblico di trasporto congruo alle esigenze di mobilità scolastica. Al loro primo mese di scuola ‘fuori porta‘ sono messi davanti alla decisione se prendere il primo autobus che passa quasi pieno davanti ai loro occhi oppure se attendere uno (forse) più comodo tra quelli che sanno stanno per arrivare in sequenza, a quella fermata.

Un adulto avrebbe probabilmente fatto una scelta dettata dall’esperienza, ma dei bambini…

In effetti uno dopo l’altro si presentano altri due mezzi. Questi – a giudicare dalle testimonianze – stracolmi. I ragazzini meno esperti dei loro compagni più grandi restano a terra. Non parliamo di autobus o tram che passano ogni cinque-dieci minuti e non si tratta di distanze di qualche isolato come nelle grandi città. No: discutiamo di servizio con cadenza oraria e di percorsi lunghi almeno otto chilometri, alcuni senza marciapiede, in zona completamente extra urbana e con pendenza in un tratto al di sopra del 15%.

Fatto salvo che gli autisti dei mezzi pubblici non sono baby sitter, anzi molto spesso si trovano a dover affrontare disarmati la tracotanza adolescenziale di alcuni passeggeri, rimane che l’episodio dei ragazzini di Ballabio rimasti a terra a causa di mezzi troppo affollati mostra un lato poco piacevole della nostra società.

Una volta il mondo degli adulti si prendeva cura in maniera collettiva dei minori. I bambini e i ragazzi anche se non avevano legami di parentela venivano guidati e protetti dai grandi in ogni situazione, per strada, a scuola, al parco, dovunque.

Oggi abdicare è la norma, negli episodi banali come in quelli gravi. Collegati dallo stesso filo ci sono il timore del rimbrotto dei genitori se si rimprovera; la faccia voltata da un’altra parte di fronte ad atti di bullismo e i ragazzini rimasti a terra. Se per loro manca il posto in un pullman colmo di persone-sardine, nessuno prende in mano la situazione. La chiamata di emergenza non scatta. Non si attiva una procedura spontanea di cura verso quei piccoli, così piccoli, i più piccoli.

Se l’automatismo non parte, se perfino le risposte di una azienda non mostrano attenzione istintiva per i più piccini allora vuol dire che oggi nel mese di ottobre 2015 a Lecco urge una riflessione su come i grandi ascoltano e seguono le generazioni che si trovano nella terra di mezzo tra l’infanzia ed età adulta.

O come le lasciano da sole ad arrangiarsi, perché abbiamo rinunciato al ruolo, a volte difficile, a volte perfino controverso, di guide. Ed è grave.

Nadia Alessi

 

 

 

 

 




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