STORIA E STORIE: GLI ALPINI IN RUSSIA E LA RITIRATA NASCOSTA (PER POCO)



Prosegue, e si conclude, il racconto dell’alpino valtellinese Primo della Bosca, tra i 230.000 soldati italiani della Campagna di Russia nell’inverno del 1942, raccolto dalla nipote e da Enrico Baroncelli.

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I soldati russi sono arrivati due volte sono arrivati ma c’era la bocchetta con fuori la mitraglia con cui si sparava – continua Primo della Bosca -. Si facevano venti minuti di vedetta ciascuno fuori dal bunker, eravamo imbacuccati che si vedevano solo gli occhi, che dovevano essere ben aperti perché potevano arrivarti da dietro e prenderti alle spalle, ma dopo venti minuti eri quasi congelato… Era inverno, il 12 gennaio 1943, e il 17 gennaio è iniziata la ritirata“.

“I primi tre o quattro giorni siamo andati abbastanza bene, bene nel male perché si scappava tutti, poi quelli come noi che avevano i muli dovevano lasciare tutto e nascondersi. Eravamo in una valletta stretta, a V, e i partigiani russi erano sui versanti della valle e man mano che passavano slitte, muli, autoambulanze e tutta la compagnia, eravamo in 300.000, non in mille, 300.000: rumeni, ungheresi, italiani-… tutti che scappavano, ma i russi cercavano di fermare la ritirata per farci prigionieri, c’era da combattere per difendersi“.

Combattimenti a Gorlowka

Avevo rubato un cavallo che mi aveva tirato fuori dal combattimento. Dietro la coda del cavallo c’era un tale, si chiamava Giovanni ed era di Traona, vicino a Morbegno, mi chiese di aiutarlo: ‘Lasciami attaccare alla coda del cavallo, non ce la faccio più’ disse. ‘Attaccati pure, dove ci porta ci porta’ risposi. L’avrò tirato dietro per 10 km, poi ci sono saltati addosso i partigiani. Quando siamo usciti dal combattimento ho fatto salire steso sulla sella un sottotenente che si era preso due pallottole in corpo, era uno del lago (di Como). Però mentre passavamo sui binari del treno, in mezzo alla valle, un’esplosione, probabilmente una mina, ha fatto saltare in aria il cavallo e lui non l’ho più visto. Sono saltato anch’io sette o otto metri più in là, ho perso i sensi, poi quando mi sono svegliato e ho capito che ero ancora vivo ho cercato di aprire gli occhi, ma non riuscivo… Nello scoppio della bomba la fiammata mi aveva accecato. Così ho preso un po’ di neve, anche se era tutta rossa del sangue del cavallo, dei muli e della gente, e ho cominciato a sfregarla un po’ sugli occhi fino a che sono tornato a rivederci, poi ho ripreso il mio fucile per appoggiarmi perché la gamba sinistra non si piegava più… Era rimasta bloccata nel prendere una scheggia di granata nella rotula”.

“Sono andato avanti per circa un chilometro così, in qualche maniera, poi mi sono trovato davanti il Domenico Barona (un compaesano) non sarei riuscito a venirne fuori vivo senza di lui. ‘Sei rimasto ferito? Beh questa notte andiamo ancora’ e difatti mi ha portato via di lì, un po’ appoggiato sul suo braccio , un po’ al fucile, e la gamba la trascinavo perché’ non si piegava più, finché non siamo arrivati a un villaggio dove c’erano alcune case”.

Qui si interrompe il drammatico racconto di Primo, che riecheggia un po’ le già note descrizioni di Mario Rigoni Stern. Alcune cose però le ha aggiunte a voce alla nipote.

La prima, la più interessante, è che quando gli Alpini sono riusciti a superare la barriera posta dai Russi nella Battaglia di Nikolajewka (giustamente ricordata a Colico il 26 gennaio di ogni anno) e finalmente aprirsi la strada verso casa, quando sono arrivati al confine italiano, verso febbraio 1943, il Duce dette ordine di inviare loro dei treni oscurati (o forse addirittura piombati) per non fare vedere alla popolazione in quale stato piuttosto pietoso ritornavano, treni diretti senza fermate agli ospedali militari di Roma (circostanza poco nota ma confermata dallo storico Renzo De Felice).

Al contrario dell’andata (feste, sbandieramenti, bande che suonavano inni militari a ogni stazione di fermata) il ritorno in treno fu quindi molto più sommesso e persino nascosto.
Mussolini sapeva bene che il corpo degli Alpini era quello più amato dagli italiani, e vedere come erano tornati dalla Russia avrebbe dato l’ennesimo duro colpo alla sua già calante popolarità.

Agli Alpini venne persino dato ordine di tacere su quello che avevano visto e su quello che era successo in Russia: ma ciò non fu sufficiente a placare l’ira profonda che anche molti comandanti e sottufficiali avevano in sé, per come era stata malamente gestita la Campagna di Russia. Il malumore esplose pochi mesi dopo, quando la vastità della tragedia divenne pubblica e fu anche questa una delle cause principali della crisi e della caduta del Fascismo il 25 luglio del 1943.

I russi militarmente non vinsero la battaglia di Nikolaiewka (gli Alpini riuscirono a sfuggire con molto coraggio e abilità alla trappola loro preparata) ma politicamente fu molto meglio così, anche per gli stessi russi.

Tra i tanti meriti, gli Alpini hanno anche questo: non a caso furono alcuni di loro, come Mario Cerati di Introbio o il tenente Battista Todeschini di Premana, a dar vita ai primi nuclei della Resistenza alla fine del 1943.

Enrico Baroncelli

bibliografia consigliata:
Renzo de Felice, Mussolini l’Alleato , l’Italia in Guerra 1940-43 Einaudi 1996
Scotoni, Filonenko, La disfatta italiana in Russia nei documenti inediti dell’ 8^ Armata Ed. Panorama 2008

 

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