PREMANA – Come anticipato da VN, è proprio una delle imprese premanesi più note e solide del settore ad avere subito il maxi sequestro di 126mila forbici e utensili da taglio al confine tra Svizzera e Italia, in quanto marchiate “Made in Italy” ma ben poco italiane. Anzi, cinesi.
Non è però una questione limitata a quella specifica azienda, per una serie di motivi molto concreti – un po’ come lo è la gente di Premana.
Elencati in ordine quasi casuale, la brutta figura (se i fatti saranno confermati) coinvolge l’intero distretto per le dimensioni della ditta – che fattura 9 milioni di euro/anno e guida la classifica delle vendite tra le aziende non consortili; per il ruolo della società, che risulta tra le fondatrici del marchio Premana ed è componente del tavolo tecnico istituito dalla Camera di Commercio per definire i disciplinari da rispettare da chi ha l’uso del marchio; perché lo stesso marchio è un po’ la “faccia” del paese intero, portandone il nome e rappresentando l’eccellenza della laboriosità locale (le forbici per l’appunto). Infine, tralasciando altri dettagli, perché come ci ha scritto un villeggiante che frequenta da decenni la Valsassina “Mi immagino in Sagra la gente che passa e chiede: Ma sono cinesi?“.
In pochi giorni, da quando è emersa la vicenda all’inizio in maniera quasi sotterranea (al punto che tra i media c’è stato chi addirittura dubitava perfino della “premanesità” del caso), siamo stati subissati di domande, alcune accompagnate da pesanti critiche a proposito di quel “Made in Italy” su forbici prodotte in Estremo Oriente. E la cifra complessiva dei messaggi di lettori e osservatori di vario genere era ed è improntata prevalentemente a due sentimenti: rabbia e delusione.
Onestamente, preoccupa di più la seconda. L’incazzatura infatti prima o poi passa, la delusione resta, finisce per permanere a lungo.
E quando qualcuno osserverà con sospetto un prodotto autenticamente “Made in Premana”, dato che la maggior parte delle lame inscatolate qui è genuina, quel dubbio purtroppo sarà difficilmente cancellabile. Perché se a disilludere è proprio chi sta dietro e dentro un marchio di qualità che reca il nome del paese, la credibilità viene meno.
Ora, bisogna dirlo, la Cina è praticamente la fabbrica del mondo intero, quindi è bene chiarire che cosa voglia dire produrre nei territori tipici oppure in Oriente. Le merci hanno sempre viaggiato fin dall’antichità, ne sono esempio la fortuna delle repubbliche marinare, l’impero della Gran Bretagna, le vie della seta e delle spezie. Ma nel mondo globalizzato è il patto di fiducia con il consumatore ad avere giustamente acquistato centralità. Forse non è neppure importante da dove provengano quelle forbici, ma è decisiva la consapevolezza di chi compie l’atto di acquisto finale.
Si aggiunge, duole dirlo, l’assordante silenzio di chi (e parliamo di istituzioni pubbliche) per primo ha in capo a sé il peso oltre gli onori di un emblema, “Premana” appunto, che dovrebbe tutelare e in ultima istanza difendere.
Potrebbe essere l’occasione per il paese di un rilancio, di un nuovo patto con chi il prodotto l’acquista. Una ripartenza che dia linfa rinforzante a quelle piccole aziende che attraverso le raffiche della crisi hanno sempre tenuto la barra dritta e mantenuto fede alla propria parola.
VN







