DOMENICA CON LA CULTURA/Lo scrittore Alessandro Manzoni: origini valsassinesi?



La madre, la ventenne Giulia Beccarla, era figlia del giurista Cesare Beccaria, uno dei più illustri rappresentanti dell’Illuminismo lombardo, l’autore de Dei delitti e delle pene. I pettegolezzi del tempo vollero il Manzoni figlio naturale di Giovanni Verri, che fu amante della madre. Alessandro passò i suoi primi due anni di vita nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri.

Fu poi iscritto in diversi isitituti religiosi: prima presso il collegio Sant’Antonio dei padri Somaschi a Merate, poi a Lugano, e infine presso i Barnabiti a Milano. Ne ricavò una buona educazione, il gusto per la letteratura e un’ottima formazione classica, nonostante avvertisse da solo i limiti di tale educazione, e venisse addirittura giudicato uno studente svogliato. Già a quindici anni sviluppò una sincera passione per la poesia, e scrisse diversi sonetti meritevoli. Fu il nonno materno, Cesare Beccaria ad insegnargli a trarre conclusioni rigorose ed universali dall’osservazione di fatti reali. Quando uscì dal collegio aveva sedici anni e idee razionaliste e libertarie. Si inserì presto nell’ambiente culturale milanese del periodo napoleonico, frequentò poeti già affermati e noti come Ugo Foscolo e Vincenzo Monti. Trascorse questo periodo lietamente, tra il gioco e le avventure galanti, ma dedicandosi anche al lavoro intellettuale e alle composizioni poetiche.

Il resto è storia nota: la frequentazione di circoli intellettuali parigini e la sua amicizia con Claude Fauriel e con Carlo Imbonati, compagno della madre dopo la separazione da don Pietro. La conversione al cattolicesimo su influenza della giovane moglie Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino, sposata con rito calvinista. Il ritorno in Italia… Iniziò una intensa produzione letteraria, con la stesura degli Inni sacri, le odi civili, la Pentecoste, le tragedie (Il conte di Carmagnola, Adelchi), le due stesure de I promessi Sposi (inizialmente intitolato Fermo e Lucia), oltre alle Osservazioni sulla morale cattolica, al Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, i saggi di teoria letteraria sulle unità drammatiche e sul Romanticismo, La colonna infame, e altre opere.

Il filosofo cattolico Antonio Rosmini divenne la sua guida spirituale, ma negli anni della maturità, la vita di Manzoni fu funestata da crisi epilettiche, e da una serie interminabile di lutti: morirono la moglie, la madre, parecchi dei figli. Nel 1837 si risposò con Teresa Borri Stampa, che morì però nel 1861. Manzoni aveva seguito con fervore le vicende delle Cinque Giornate di Milano nel 1848, poi nel 1860 fu nominato senatore del regno d’Italia, e negli anni della sua lunga vecchiaia fu circondato dalla venerazione della borghesia italiana, che vedeva in lui non solo il grande scrittore, ma anche un maestro, una guida intellettuale, morale e politica. Morì a Milano nel 1873, a ottantotto anni. Gli furono tributati solenni funerali, alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia. Giuseppe Verdi gli dedicò la Messa da Requiem al primo anniversario dalla morte.

Che relazione c’è tra Alessandro Manzoni (sotto) e palazzo Manzoni di Barzio (nell’immagine sopra)? Sembra che la famiglia si fosse trasferita a Barzio dalla Val Taleggio, a seguito di un bando emesso nel 1507 contro Pasio Manzoni, reo di omicidio. 

La famiglia ebbe fortuna, e Giacomo Maria Manzoni, alla metà del XVI secolo, era proprietario della Fucina Grossa e concessionario di diverse miniere di ferro in Valsassina. Furono imprenditori nel settore del ferro, dunque, ma si comportarono da tiranni, e non furono mai amati in valle. Un altro Giacomo Maria Manzoni (quadrisavolo del nostro Alessandro), nel 1612, si trasferì a Lecco, al Caleotto, da dove controllava tutto il processo produttivo del ferro: dall’estrazione in Valsassina, la prima lavorazione nelle fucine della valle, il trasporto a Lecco e la lavorazione presso gli armaioli milanesi. Aveva parecchie proprietà nel Lecchese: “case da nobile, da massaro e da pigionanti…” oltre a vigne, gelsi, castagni, pascoli, mulini, ecc. Possedeva inoltre parecchi boschi, la cui legna serviva ad alimentare le fucine, e aveva concesso diversi crediti ai valligiani. Giacomo Maria Manzoni (sullo stile dei suoi avi) era un signorotto prepotente e spregiudicato: nel 1621 fu anche condannato per complicità in un omicidio, la cui pena fu poi trasformata in una ammenda.

Nel 1630 mentre infuriava la peste, fu sospettato di stregoneria e accusato come untore. Nel 1635 fu nuovamente accusato di essere il mandante di un omicidio, e nel 1640 di aver ucciso il suo rivale in affari, Luigi Arrigoni. Non subì mai nessuna pena e morì nel suo letto nel 1642. Tra i figli compare secondogenito un Alessandro trisavolo del nostro. La discendenza proseguì poi con Pietro giureconsulto, Alessandro, don Pietro notaio, e infine il nostro Alessandro scrittore. Dalla metà del ‘600 comunque, la famiglia occupò sempre il palazzo di proprietà al Caleotto di Lecco, oltre alle residenze nella città di Milano.

Non salirono più ad abitare a  Barzio. Ma sicuramente Alessandro, quando scrisse i Promessi Sposi, pensò ai suoi avi nel ritrarre le figure del prepotente Don Rodrigo, dei Bravi e degli untori, e ricordò la Valsassina nella descrizione del passaggio dei Lanzichenecchi. Palazzo Manzoni a Barzio divenne proprietà della Parrocchia, poi del Comune, ed è attualmente sede della Biblioteca Civica.

Silvia Tenderini

 

 

 




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