IL DOMENICALE DI R.B./I TEMPI CHE CAMBIANO



Venite madri e padri da ogni parte del Paese
e non criticate quello che non potete capire”

(The Times They Are A-Changin’Bob Dylan – 1964)

 

Teoricamente dovrei ricominciare a scrivere.

Già. E non tanto teoricamente, per la verità.

Solo che non è facile riprendere. Non è semplice ritrovare un filo, anche se conosci benissimo in quale cassetto dello spazzacà lo hai messo a dormire.

Lo apro? Non lo apro?

E poi? Cosa mai posso raccontare di nuovo ai miei amici della domenica?

Va bene, va bene: comincio dal fondo.

Buona domenica.

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Ras Gharib, centottanta chilometri a sud di Suez, è il secondo porto più importante dell’Egitto. In mare, il Mar Rosso, ci sono tre enormi piloni, servono per caricare il greggio. Sulle autostrade d’acqua, però, non vedo nessuna nave.

EGITTO STRADAAnche l’autostrada di terra è sgombra, passa qualche trasporto pesante e solo poche auto; la Hyundai Elantra fila a 120 all’ora su un nastro d’asfalto disegnato nel deserto. A sinistra si alzano montagne misteriose e ricche di chissà quante storie; a destra il mare si fonde con il cielo mentre siamo in rotta verso nord.

Pochi metri a lato della carreggiata ci accompagna una conduttura e su ciascun tubo che la compone sono segnati dei numeri. Stimo che ogni segmento misuri dieci metri, vado a memoria e ricordo che eravamo intorno al 3650. E’ l’acquedotto che dal Cairo scendo verso Hurghada e poi sino a Luxor e Assuan, porta l’acqua agli abitanti delle verdi pianure concimate dal Nilo, e se non ci siete stati non potete credere che a un certo punto il deserto possa trasformarsi in una specie di florida e lussureggiante pianura.

Mentre guardo dal finestrino mi viene in mente l’acquedotto dei Fontanoon, quello che passa dal Lares e attraversa i Posti Bellissimi e che a me sembrava un’opera ciclopica; ho un po’ di nostalgia ma non c’è tempo, l’orizzonte cambia e a Zafarana incontro una centrale eolica con 120 pale che girano al ritmo del vento che spira costante ed incessante, un po’ come su alla Ventala tanto per restare in tema.

EGITTO BUSUna sosta. Entriamo nel “ristorante” della stazione di servizio, e vi ritrovo molte somiglianze con la Chalmun’s Cantina del pianeta Tatooine. A sinistra una cucina a vista, poco oltre il bancone di un bar, poi un tavolo con un computer davanti al quale siede una persona. Profumo di cibo e di tè, non capisco se mischiato a sudore, ma da queste parti non devi fare caso proprio a tutto, nemmeno ai bagni dove però qualche volta non puoi fare a meno di infilarti.

A destra una decina di tavoli, una coppia che pranza e un bazar che tenta di sopravvivere cercando di rifilare tute adidas madeinchissàddove ad una umanità multicolore e vociante scaricata dai bus di linea.

Una rapida occhiata e deduco che la carriola è un optional indispensabile per queste corriere del deserto: ce ne sono due (di corriere) parcheggiate ed entrambe hanno questo attrezzo sul tetto.

Mi chiedo a cosa possa servire, ma forse è meglio non saperlo.

Intanto capisco il mestiere dell’uomo seduto davanti al computer: scandisce i minuti che mancano all’arrivo di un autobus e quelli che restano prima della partenza di un altro e li comunica ai passeggeri che devono sbrigarsi a consumare, comprare la tuta, pagare e risalire a bordo.

Un tizio sotto la quale mole lo sgabello sembra scomparso butta giù una ciotola di riso, una scodella di minestra, mezzo pollo e qualche verdura.

Shaban, l’amico che ci accompagna, dice che è un autista e si beve la rotta Cairo – Assuan in continuazione per cui riesce a mangiare una volta al giorno.

Vista la massa, non mi sembra, ma qui quel che sembra spesso e volentieri non è.

EGITTO RBRipartiamo. L’autostrada prosegue dritta verso nord poi, dal nulla, compare una deviazione; usciamo e ci dirigiamo a ovest.

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Il cartello spunta all’improvviso ed è scritto in arabo e in inglese. La Hyundai Elantra gira a destra, percorre ancora un paio di curve e poi si immette in un rettilineo in fondo al quale si intravvede una specie di fortezza appoggiata alla montagna.

Saranno tre, forse quattro chilometri tutti diritti e servono a chi ti sta osservando per capire se sei un potenziale pericolo; più ci avviciniamo più i contorni della cittadella di delineano: vedo l’entrata, il blindato a destra, la polizia a sinistra. Dietro una siepe scorgo due uomini armati che tengono d’occhio l’orizzonte: pochi giorni prima da qualche parte al nord hanno ucciso dieci cristiani copti.

EGITTO CROCIE noi, adesso, siamo all’interno del più antico monastero del mondo.

Un monastero copto.

Il monastero di S. Antonio Abate.

Decisamente un Posto Bellissimo.

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sant'antonio abateGià, proprio così, ho fatto un sacco di chilometri per andare a scoprire da dove viene il santo patrono di Crandola, Introbio e Parlasco (in rigoroso ordine alfabetico).

Un santo patrono egiziano che in tanti festeggeranno mercoledì prossimo a partire dai miei concittadini.

Un africano al quale da secoli chiediamo di proteggere le nostre case e i nostri animali, veneriamo nelle nostre chiese ed al quale chi lo prega riserva un posto d’onore nel proprio cuore.

Addirittura chiediamo la benedizione per i nostri animali.

E silenziosamente, seppure con una certa riluttanza, non posso fare a meno di pensare.

Ai tempi che cambiano.

Buona domenica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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