IL DOMENICALE DI R.B./MARI, MONTI E… PELABROK



“Una visione molto grande è necessaria e l’uomo che la sperimenta,
deve seguirla come l’aquila cerca il blu più profondo del cielo”
(Tašunka Witko – Cavallo Pazzo – capo Sioux)


Teoricamente, avendo omaggiato terra, acqua e aria la scorsa settimana, oggi dovrei intrattenervi sul fuoco.

Teoricamente.

In pratica, invece, così non sarà.

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Un paio di settimane fa ho conosciuto un Uomo che di acqua ne ha vista tanta, ma davvero tanta.

Diciamo un Oceano.

Proprio: ha abitato lì per un mese, fra onde, temporali, sole e nubi, sfiorato dai delfini, soffrendo fame ed altro ancora, accompagnato da venti che l’hanno spinto ad incontrare le rocce dove non avrebbe voluto.

E, badate bene, non su una nave da crociera. E nemmeno su quelle barche costruite apposta per inoltrarsi tra quelle acque e sfidarne le bizze.

Ne ha scelta un’altra, una che, come ha detto lui stesso, “lo meritava”.

Immagino.

Risultati immagini per Dario NosedaDai, Dario – dice la barca – portami da qualche altra parte: sono stufa di continuare a vedere solo il lago”.

Hai ragione – risponde il Dario – ma cosa vuoi, sei piccola, delicata, dove mai potrei portarti?”

Questo devi immaginarlo tu, Dario. Prova. La fantasia non ti manca”.

Il seguito è noto. Dario Noseda, amante della propria Star almeno quanto di sua moglie, decide di far contenta almeno una delle due.

Già, perché la moglie per un interminabile mese altro non ha potuto fare se non augurarsi che quell’altra storia d’amore le riportasse almeno indietro il suo uomo.

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Questa settimana di Uomo ne ho conosciuto un altro: uno che nella sua vita presumo abbia visto oceani di roccia, neve e ghiaccio.

Diciamo un Himalaya.

URUBKO AL MICROFONONe ho già scritto da queste parti mercoledì scorso, ma, una volta incontrato, Denis Urubko non lo puoi semplicemente, dopo la stretta di mano finale, rinchiudere in uno dei cassetti del tuo spazzacà e pace amen.

Perché Denis (e con Dario è lo stesso) ogni tanto misteriosamente riappare per raccontarti la sua storia e gli viene naturale visto che, prima di finire in Kazakhstan per poter far parte del gruppo sportivo militare eppoi “diventare” polacco per potersi muovere liberamente in giro per il mondo, da giovane faceva teatro e recitava.

Così, quando gli sei seduto vicino non puoi non immaginare una infinità di storie ed un libro sempre aperto con mille e più pagine ancora da riempire.

Ciò che non puoi immaginare è cosa ci sarà scritto su quel libro: ed è naturale sia così, è sempre così se al tuo cospetto hai uomini per i quali lo straordinario sembra ordinario e paiono in grado di sovvertire leggi riscrivendone le norme.

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Ma perché vi parlo del Dario Noseda e di Denis Urubko?

Adesso ve lo spiego.

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Brocch” in dialetto lombardo significa “ramo”. Quindi quando diciamo di qualcuno “l’è un brocch”, in definitiva e stando al vocabolario, gli diamo del “ramo”.

Per cui presumo che “brocch”, nel nostro naturale sentire e nella più condivisa interpretazione, possa essere l’abbreviazione corrente di un altro vocabolo.

Nel viaggio che tutti i giorni intraprendo per cercare di ampliare i miei purtroppo circoscritti orizzonti di conoscenza, incrocio tal Francesco Cherubini, letterato milanese vissuto tra il 1789 e il 1851, la cui opera di maggior rilievo fu un dizionario milanese – italiano che dalla sua pubblicazione viene considerato come fonte autorevolissima (fidatevi: se ne servì anche Alessandro Manzoni).

Il Cherubini abbina la definizione “Uomo di bassa e povera condizione” al termine “pelabrocch” che letteralmente, dovrebbe significare “uno che pulisce i rami”.

E in effetti “pelabrocch” venivano chiamati nel Comasco e in Brianza quei ragazzi che salivano sui gelsi a raccogliere le foglie di cui si cibava il baco da seta.

Risultati immagini per pelabroccPer la verità, così metto sul tavolo il mio due di picche, ogni tanto d’estate e in un luogo molto ma molto lontano da qui, mi capita anche di farlo (intendo il pelabrocch nel senso di uno che pulisce i rami).

Mi sto perdendo? No, almeno non credo.

Nel mio personalissimo vocabolario – appropriandomi indebitamente ma a fin di bene della visione di un compagno d’armi – ho modificato leggermente il termine pelabrocch.

Ho tolto le lettere “cch” sostituendole con una “k” in modo da farlo diventare “pelabrok”.

Mi serve perché non voglio sminuire i veri “pelabrocch” (quelli che pelano o pelavano i rami) e, soprattutto, neppure offendere in alcun modo gli “uomini di bassa e povera condizione” che in quello stato, la maggior parte delle volte, non ci si sono ritrovati o si ritrovano per loro preciso volere.

No, ho trasformato il “pelabrocch” in “pelabrok” per un altro motivo.

Perché così quando incontri gente come il Dario Noseda o il Denis Urubko e poi ti guardi intorno fai meno fatica a riconoscerli.

È così anche per voi?

Buona domenica.

BENEDETTI TESTINARiccardo
Benedetti

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P.S.: a Pasqua niente domenicale. Non avrebbe senso nel giorno in cui la Parola supera tutte le altre parole. Auguri a tutti e grazie di essere ogni volta sempre più numerosi a sopportarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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