DOMENICA CULTURALE/L’Inquisizione valsassinese: povere rosse a Pasturo…



Con papa Giovanni XXII, nel XIV secolo, le competenze dell’Inquisizione si estesero anche contro “i malefici”. Dopo la Riforma Protestante l’Inquisizione si rafforzò e concentrò le sue forze contro i sospetti di stregoneria ed eresia. Il fenomeno passò alla storia come “caccia alle streghe”, poiché l’80% dei condannati furono donne. Gli inquisitori procedevano dunque “contro gli eretici, contro i pagani, contro i malefici e i sortilegi, contro gli astrologi, i divinatori e i maghi, contro chi ha fatto patti col Diavolo, contro chi asserisce pubblicamente che la Vergine Maria non sia stata concepita senza macchia originale, contro chi celebra messa e ascolta confessioni non essendo sacerdote”.   

Nei secoli XV-XVII anche il territorio lariano è stato interessato dal fenomeno della “caccia alle streghe”. Nel solo febbraio del 1569 ben 10 donne lecchesi furono imprigionate con l’accusa di stregoneria, e due di loro morirono misteriosamente in carcere prima di giungere al processo e alla condanna. Le torture cui le sospette streghe erano sottoposte erano terribili, e spesso le donne non sopravvivevano.

Fu il cardinale Carlo Borromeo a volere l’arresto delle streghe, in una politica di “pulizia” dall’eresia e affermazione della dottrina cattolica. Il futuro San Carlo era strenuo sostenitore della politica di “difesa della fede”, stabilita da papa Paolo III col Sant’Uffizio nel 1542. I Protestanti erano vicini, troppo vicini ai confini del Ducato di Milano. Bastava raggiungere la Valtellina o la Val Chiavenna, e di lì ci si affacciava sui Grigioni. Bisognava assolutamente creare un baluardo a difesa della fede in tutte le vallate confinanti.

Ignazio Cantù scriveva che già qualche anno prima, nel 1565, il prevosto di Lecco monsignor Giorgio Ratazio, che operava con la qualifica di Primo Vicario dell’Inquisizione, aveva chiesto al cardinale Borromeo l’autorizzazione a costruire in Lecco nuove prigioni, proprio per rinchiudervi gli eretici sospetti. Nel 1571 in Valsassina fu fermato Santino Ambrosino, accusato di eresia e trasferito in carcere a Lecco. Ai presunti eretici era chiesto di confessare, spesso sotto tortura, e di abiurare, cioè di rinnegare le proprie convinzioni. Abiurando, l’imputato evitava la morte, ma veniva punito con la confisca dei beni e il carcere. Più volte l’accusa di eresia è servita nella storia per eliminare avversari politici, personaggi scomodi o per confiscare beni di personaggi benestanti.

Tra le streghe rinchiuse a Lecco nel XVI secolo ci furono anche alcune donne provenienti dalla Valsassina, in particolare da Pasturo. Nel 1566 venne istituito un ufficio dell’Inquisizione direttamente in Valsassina, a Introbio, col consenso di tutta la Comunità della valle. L’ufficio fu molto attivo: furono numerose le donne arrestate con il sospetto di stregoneria, a causa delle loro pratiche legate alla cura delle malattie, o alle previsioni del tempo. Si riteneva infatti che la guarigione di certe malattie, la predizione del tempo, la divinazione del sesso dei nascituri, la previsione dei raccolti, e altre attività potessero avvenire solo con le arti magiche. Chi le otteneva doveva necessariamente essere in combutta con il Diavolo, e quindi era da ritenere colpevole di stregoneria. 

Ma con questa accusa venivano facilmente incarcerate anche le adultere, le prostitute, le levatrici cui moriva il neonato, le donne che non sottostavano all’autorità del marito, quelle che in qualche modo erano ritenute “diverse” per problemi fisici o di carattere, le donne che avevano rifiutato una proposta di matrimonio, o quelle ritenute troppo “indipendenti”. Venivano persino considerate streghe le donne che avevano i capelli rossi, un neo troppo vistoso (il “segno del Diavolo”), o avevano un gatto nero…

A Esino, si diceva che le streghe si incontrassero per filare in un bosco di noci. Filare non era solo la banale attività quotidiana delle donne, ma assumeva anche significati reconditi: filare la trama del destino, e intrecciare i nodi delle difficoltà nella vita, erano ritenute opere magiche fin dall’antichità. Sono diversi sulle montagne i luoghi definiti “sasso della strega”, “prato della strega”, “bosco della strega”, dove piaceva collocare presunti incontri tra le donne e il Diavolo, cui gli uomini erano banditi.

Alla fine del XVI secolo, l’ufficio dell’Inquisizione di Introbio “perdonò” diverse donne accusate di stregoneria ed eresia che erano state bandite da Premana e Pagnona, e le riammise nelle comunità. Alcune di loro però, nel 1608, furono nuovamente condannate come recidive. Quando un imputato era considerato recidivo, il tribunale dell’Inquisizione lo condannava a morte. A quel punto, se si pentiva veniva strangolato, il suo cadavere veniva bruciato e le ceneri disperse. Se invece era impenitente, allora veniva arso vivo.

La fine delle donne di Premana e Pagnona non potè essere diversa. La pena doveva essere eseguita dall’autorità civile, il cosiddetto “braccio secolare”, al quale il tribunale dell’Inquisizione rilasciava il reo. Gli ecclesiastici infatti non potevano ”spargere il sangue”, e raccomandavano anche alle autorità civili di eseguire la condanna senza spargimento di sangue. Ecco perché furono adottati i roghi per sopprimere i condannati: il fuoco come purificazione, ed eliminazione totale di qualsiasi rimanenza del “male”. Veniva così interpretato alla lettera al versetto del Vangelo di Giovanni (15,6): "chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi viene raccolto per essere gettato via e bruciato". Sempre in Valsassina, nel 1619 fu condannata al rogo Domenica Giovannella, accusata di stregoneria.

Poi nel 1629, col passaggio dei Lanzichenecchi e la diffusione dell’epidemia di peste che seguì, l’ufficio dell’Inquisizione dirottò le proprie attenzioni verso gli untori che avrebbero disseminato la terribile malattia. Tre presunti untori furono catturati in Valsassina, e poi trasferiti a Milano per la condanna pubblica ed esemplare in Piazza della Vetra.

L’ultimo vicario preposto all’ufficio dell’Inquisizione della Valsassina fu il parroco di Premana, Giovan Cameroni di Comasina, attorno al 1640.

Silvia Tenderini

 

 

 

 

 

 

 




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