FUSIONI DI COMUNI, LA VALLE CI RIPROVA: UNIONE TRA CASSINA E MOGGIO?

ALTOPIANO VALSASSINESE – Torna a farsi strada sull’Altopiano l’ipotesi di una fusione tra Comuni, ma questa volta il progetto appare ridimensionato: non più il “mega” Comune unico di Barzio, Cremeno, Cassina e Moggio, bensì una possibile unione solo tra i due municipi più piccoli, Cassina Valsassina e Moggio. Una prospettiva che riapre un dibattito politico attivo da anni e che affonda le sue radici nelle ambizioni – mai realizzate – di una parte della classe amministrativa moggese.

Per lungo tempo, infatti, l’idea dominante è stata quella del Comune unico dell’Altopiano, una sorta di “fusione a quattro” destinata a mettere insieme Barzio, Cremeno, Cassina e Moggio in un’unica entità da poco meno di quattromila residenti, prima in tutta la Valle per numero di abitanti. Un disegno coltivato in particolare a Moggio, dove l’ex sindaco Umberto Locatelli – considerato un vero “colonnello” locale dell’area riferita a Mauro Piazza – e il suo delfino Davide Combi avevano più volte indicato la strada della fusione come soluzione strutturale per servizi, bilanci e peso politico sul territorio.

Eppure, nonostante le convergenze politiche sulla carta, quel progetto non è mai decollato. Nemmeno quando, con la penultima amministrazione guidata da Giovanni Arrigoni Battaia, si era arrivati ad avere sull’Altopiano un vero e proprio “poker” di sindaci di sostanziale medesima colorazione politica tra Barzio, Cremeno, Cassina e Moggio. In quegli anni la discussione sul Comune unico era stata rilanciata apertamente anche dalla giunta moggese, che in piena emergenza Covid aveva comunque trovato spazio – e coraggio politico – per riproporre il tema in sede istituzionale, come documentato da un dibattito lanciato proprio dal vicesindaco di Moggio nel 2020 (clicca sulla lettera a lato per leggerla al meglio).

A frenare in modo sistematico la fusione a quattro è sempre stata soprattutto Barzio, il “capoluogo turistico” dell’Altopiano, comprensibilmente restio a legarsi mani e piedi ai vicini. Sullo sfondo, non solo questioni identitarie e di rappresentanza, ma anche il timore molto concreto di perdere il controllo sulle preziose piste da sci dei Piani di Bobbio, vero patrimonio strategico e leva economica dell’intera area montana. Un nodo che nessun tavolo politico è riuscito finora a sciogliere.

La casa comunale di Cassina

Oggi, invece, a spingere verso una fusione sono solo Moggio e Cassina Valsassina, comuni più piccoli e molto più esposti alle difficoltà quotidiane di gestione. Moggio, circa 500 abitanti, e Cassina, poco sopra i 450 residenti, condividono da tempo servizi e progettualità con i vicini, ma iniziano a fare i conti con limiti strutturali evidenti. In particolare a Cassina la situazione del municipio è diventata critica: uffici svuotati, carenza di personale, difficoltà nel garantire funzioni essenziali e prospettive amministrative sempre più fragili, che rendono la fusione quasi una necessità prima ancora che una scelta politica.

Per Moggio, che negli anni scorsi aveva immaginato un matrimonio ben più ambizioso, la prospettiva di un’unione “a due” con Cassina rappresenta una sorta di piano B: meno peso demografico complessivo, ma anche meno resistenze e percorsi decisionali più gestibili.

Un’operazione che potrebbe consentire di razionalizzare strutture, liberare risorse, rafforzare la capacità di intercettare finanziamenti e mettere in sicurezza servizi oggi sempre più difficili da sostenere per singoli municipi di montagna.

E sul tema, sono partite da tempo interlocuzioni tra i primi cittadini Mariangela Colombo e Michele Polvara (insieme nell’immagine a destra).

Il nuovo tentativo arriva dopo il clamoroso stop a un’altra fusione analoga negli intenti sebbene differente per dimensioni dei protagonisti e per motivazioni, quella tra Primaluna e Cortenova, naufragata nell’ottobre 2024 proprio al referendum finale. In quel caso, nonostante la vittoria netta del sì a Primaluna, la prevalenza dei no a Cortenova – 306 contrari contro 271 favorevoli – ha fatto saltare l’intera operazione, perché la normativa impone che la volontà di unirsi prevalga in tutti i Comuni coinvolti. Un epilogo paragonato, sulle stesse cronache, a una “sposa che fugge sull’altare”: la somma dei voti complessivi (780 sì e 605 no) non è bastata a superare il veto di una parte dell’elettorato cortenovese.

Proprio il precedente Primaluna-Cortenova potrebbe pesare sul percorso Cassina-Moggio, alimentando prudenza e timori, non tanto tra gli amministratori quanto nei cittadini. Nel Centro Valle i sindaci avevano investito capitale politico e campagna informativa sulla fusione, salvo poi incassare un risultato che secondo il borgomastro di Primaluna Mauro Artusi rischia di “frenare anche altre possibili fusioni in Valle”. Un monito che suona attuale anche per l’Altopiano, dove l’eventuale referendum consultivo dovrà misurarsi con l’astensionismo, le diffidenze storiche e le resistenze identitarie, oltre che con le diverse convenienze percepite da residenti, seconde case e operatori turistici.

Se la fusione Cassina-Moggio dovesse proseguire, i prossimi passaggi saranno quelli già visti altrove: delibere consiliari di indirizzo, studi di fattibilità tecnico-finanziari, confronto allargato con la cittadinanza e infine la consultazione alle urne. Il vero bivio, come insegna il voto di Cortenova, arriverà nel momento in cui i cittadini saranno chiamati a scegliere tra la difesa dell’autonomia comunale e la scommessa su un nuovo soggetto amministrativo, con la promessa di più servizi e maggior efficienza ma anche con l’inevitabile perdita di qualche pezzo di identità.

In questo scenario, la possibile unione Cassina-Moggio non è solo un dossier di finanza locale o di organizzazione degli uffici, ma un banco di prova politico per l’intera Valsassina. Se l’operazione andrà in porto, potrebbe diventare un modello – o almeno un precedente – per altre realtà in difficoltà; se invece dovesse arenarsi, confermerebbe quanto sia difficile, in montagna, superare il campanile anche di fronte a bilanci in sofferenza e municipi semivuoti.

La parola, ancora una volta, passa alle urne.

RedAlt

 

 

 

 

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