SVILUPPO DEI TERRITORI MONTANI: UNA RICERCA A SUPPORTO DELLE POLITICHE PER LA MONTAGNA



La ricerca, affidata all’Istituto di Ricerca per l’Ecologia e l’Economia Applicate alle Aree Alpine (IREALP – www.irealp.it) dall’Ufficio di Presidenza della Regione, aveva come obiettivo quello di analizzare l’impatto delle politiche pubbliche per la montagna varate dalla metà del XX secolo sullo sviluppo socio-economico negli ultimi trent’anni, e di fornire alcune indicazioni per le politiche regionali rivolte ai territori montani.

Sull’argomento riceviamo un contributo informativo da parte di un partecipante alla presentazione, che ringraziamo. Ecco l’articolo di Flavio Piolini:

Al seminario, aperto dal Presidente del Consiglio Regionale Giulio de Capitani, hanno partecipato numerosi sindaci di importanti comuni della Valtellina (Tirano, Bormio, Sondrio, …) oltre al presidente della Provincia di Sondrio ed alcuni assessori.

La prima parte della ricerca ha ripercorso l’evoluzione del quadro normativo dalla legge Fanfani del 1952 (991/52) che introdusse per la prima volta il tema della classificazione dei Comuni montani, al fine dell’ottenimento delle misure di sostegno previste dalla legge. Tali misure furono prevalentemente focalizzate al rilancio dell’agricoltura, mediante un piano di bonifica diretto anche a scopi di tutela idrogeologica. L’approccio adottato da questa prima legge fu tuttavia decisamente centralistico, ovvero le scelte programmatiche di sviluppo furono definite senza il coinvolgimento delle popolazioni locali. Tale limite venne superato con la legge 1102 del 1971 che affidò alle Regioni il compito di individuare delle zone omogenee in base a criteri di unità territoriale, economica e sociale, e di affidare la programmazione e l’attuazione dello sviluppo di tali zone ad un nuovo soggetto istituzionale (Comunità Montane) posto a livello intermedio tra Province e Comuni.

Il sistema costituito da questa legge che, tramite lo strumento della programmazione, avrebbe dovuto sostituire gli interventi indifferenziati della legge 991/52, non portò i risultati sperati anche a causa della non accettazione del ruolo delle Comunità Montane da parte dei Comuni che videro in questi nuovi soggetti istituzionali un limite alla loro autonomia. Agli inizi degli anni novanta si intervenne nuovamente adottando una nuova prospettiva che finalmente considerò la tutela della montagna nella sua globalità, ovvero non solo dal punto di vista territoriale, ma anche sotto il profilo sociale e culturale. Le zone montane non vennero più viste come aree di intervento assistenziale, ma come zone da valorizzare. La legge 97/94 ebbe il merito di mettere un freno all’esodo da molte zone montane tramite il miglioramento del reddito e della qualità della vita, di aver valorizzato la cultura locale, le tradizioni e i prodotti tipici, e di aver individuato nel turismo il principale volano dello sviluppo.  Non fu tuttavia posta sufficiente attenzione alle risorse specifiche della montagna (boschi, acque, …), alla crescita del capitale umano e alla diffusione della tecnologia. Inoltre, considerando ancora la montagna in modo indifferenziato, non è riuscita ad avviare lo sviluppo necessario per arginare lo spopolamento ed il degrado ambientale delle zone marginali della montagna, ovvero quelle zone ove non sono presenti attività turistiche e l’economia, basata principalmente sul settore primario e sull’artigianato tradizionale, continua a subire un progressivo ed inesorabile declino.

Partendo dalla constatazione che le politiche per la montagna non hanno finora tenuto conto che il territorio montano è fortemente disomogeneo, e quindi non hanno saputo differenziare gli interventi in funzione dei reali bisogni, i ricercatori di IREALP hanno voluto proporre un indice di montanità, ovvero un parametro che, tenendo conto di alcune variabili di carattere geografico di ciascun comune montano (altitudine media, pendenza media, esposizione e caratteristiche climatiche), potesse quantificare il grado di disagio di tale porzione di territorio, al fine di poter meglio indirizzare le misure di sostegno.

La ricerca verifica la relazione tra questo indice e diverse variabili socio-economiche e, sebbene ammetta che tale indice non riesca a spiegare tutti gli aspetti dell’evoluzione socio economica degli oltre cinquecento comuni montani lombardi, evidenzia una notevole correlazione con alcune variabili socio-economiche.

A conclusione della ricerca vengono proposti alcuni spunti per orientare le future politiche per la montagna. Secondo i ricercatori tali politiche dovranno essere riorganizzate attorno a tre capisaldi fondamentali: la sostenibilità, ovvero la possibilità di vivere in montagna in modo armonico e permanente, il riequilibrio tra zone forti e zone deboli, ovvero tra zone che sono riuscite a godere di un relativo sviluppo principalmente trainato dal turismo e zone che ne sono state escluse, e il trinomio agricoltura-ambiente-turismo, dato che ciascuno dei singoli comparti economici potrà svilupparsi solo se in perfetta sinergia con gli altri.

Ing. Flavio Piolini

 




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